Bce ferma sui tassi, Lagarde accende l’ipotesi di un taglio se l’euro si rafforza

La Bce mantiene invariati i tassi, ma le parole di Christine Lagarde in conferenza stampa riaprono il tema del cambio. Il rafforzamento dell’euro emerge come il vero punto debole della “buona posizione” di Francoforte e potrebbe riattivare il dibattito su un nuovo taglio nei prossimi mesi.
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Una decisione unanime, ma con molte sfumature
La decisione della Banca centrale europea (Bce) di lasciare invariati i tassi di interesse era ampiamente attesa, ma la conferenza stampa successiva ha restituito un quadro meno lineare di quanto il comunicato ufficiale lasciasse intendere. Carsten Brzeski, Global Head of Macro di ING, sottolinea come dai commenti della presidente Christine Lagarde emerga una discussione ancora aperta su come gestire il rafforzamento dell’euro e su cosa significhi davvero, nella pratica, l’ambizione di un “euro più globale”.
I fatti, sul piano formale, sono chiari. Il Consiglio direttivo ha deciso all’unanimità di mantenere invariati i tassi e sia l’annuncio di politica monetaria sia le parole di Lagarde confermano che la Bce si considera ancora comodamente nella sua “buona posizione”. Con un’economia dell’Eurozona che dovrebbe crescere vicino al potenziale e un’inflazione attesa intorno al 2%, i motivi per modificare i tassi appaiono, al momento, limitati.
La soglia per un nuovo taglio resta alta
Il contesto storico aiuta a inquadrare meglio il messaggio di Francoforte. L’ultimo taglio dei tassi risale a giugno dello scorso anno e questo implica che la soglia per una nuova sforbiciata sia piuttosto elevata. Tuttavia, ricorda Brzeski, un periodo prolungato di inattività dopo una serie di tagli non equivale automaticamente alla fine del ciclo. Nel 2012 e nel 2024, la Bce ha già dimostrato di poter riavviare un percorso di allentamento che sembrava concluso.
Questo precedente storico mantiene aperto il ventaglio delle opzioni, soprattutto in un contesto in cui le condizioni macro possono cambiare rapidamente. Ed è proprio qui che il tema del cambio torna a occupare un ruolo centrale.
Il rafforzamento dell’euro mette sotto pressione la “buona posizione”
Guardando oltre la decisione di ieri, i commenti di Lagarde sembrano aver introdotto più ambiguità che certezze sulla prossima mossa della Bce. Secondo Brzeski, invece di rifugiarsi nelle consuete formule di prudenza, come il richiamo alla dipendenza dai dati, la presidente ha adottato un linguaggio più fluido, soprattutto nella valutazione dei rischi.
Come già avvenuto a dicembre, la valutazione non si è chiusa con un bilancio netto dei rischi, ma con un elenco di fattori al rialzo e al ribasso. Alla domanda diretta, Lagarde ha affermato che i rischi sono sostanzialmente equilibrati. Un messaggio che, di fatto, lascia aperte tutte le interpretazioni.
Sul fronte del cambio, la presidente ha ribadito che il tasso di cambio non è un obiettivo di politica monetaria, ma resta una variabile rilevante per le previsioni di crescita e inflazione. Allo stesso tempo, ha cercato di ridimensionare il recente rafforzamento dell’euro, sostenendo che i livelli attuali siano in linea con la media storica. Lagarde ha inoltre affermato che un ruolo internazionale più forte dell’euro non implica necessariamente una valuta più forte.
Su questo punto, osserva Brzeski, il dibattito resta aperto. In qualsiasi transizione verso un ruolo internazionale più rilevante, un certo grado di apprezzamento valutario appare difficilmente evitabile: una valuta più attraente genera maggiore domanda e tende a rafforzarsi. Non sorprende quindi che, allo stato attuale, l’idea di un “euro globale” appaia più come un obiettivo aspirazionale che come una realtà imminente.
Un euro più forte può riaprire il ciclo dei tagli
La Bce sembra intenzionata a restare nella sua “buona posizione” il più a lungo possibile. Le aperture di Isabel Schnabel, a dicembre, su un possibile rialzo dei tassi appaiono ormai fuori discussione. Se Francoforte dovesse essere costretta a muoversi, secondo Brzeski, la prima mossa sarebbe quasi certamente un taglio, non un rialzo.
Il rischio, sottolinea Brzeski, è che nei prossimi mesi l’inflazione scenda al di sotto dell’obiettivo, complice un rafforzamento ulteriore dell’euro. Se la valuta unica dovesse apprezzarsi nuovamente dopo il recente rimbalzo del dollaro, spingendosi ad esempio verso 1,25 contro il biglietto verde entro la riunione di marzo, le proiezioni della Bce potrebbero indicare un’inflazione sotto il 2% per tre anni consecutivi, forse persino al di sotto dell’1,8%.
Non si tratterebbe di uno scenario deflazionistico in senso stretto, ma un’inflazione così bassa potrebbe sollevare interrogativi sulla reale simmetria dell’obiettivo della Bce. In questo contesto, conclude Brzeski, i membri più accomodanti del Consiglio direttivo potrebbero tornare a premere per un taglio dei tassi, come segnale di cautela e credibilità.
Che piaccia o no all’Europa, la conferenza stampa di oggi richiama un vecchio adagio dei mercati: “our dollar, your problem”. Un promemoria di quanto il destino della politica monetaria europea resti, ancora una volta, intrecciato alle dinamiche valutarie globali.
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