Capitali in fuga dagli Usa, Cina silenziosa e settimana “enorme”

26/01/2026 10:45
Capitali in fuga dagli Usa, Cina silenziosa e settimana “enorme”

Il mercato non sta solo reagendo alle notizie, sta riscrivendo le gerarchie. Mentre l’Occidente alza la voce tra dazi, minacce e tensioni istituzionali, l’attenzione degli investitori si sposta dove vede minore imprevedibilità e più visibilità. Il risultato è un segnale netto: flussi che premiano l’equity internazionale, dollaro sotto pressione e metalli preziosi che smettono di essere semplice copertura per diventare referendum sul sistema. In mezzo, una settimana densissima di eventi (utili Big Tech, decisione Fed, dati macro e dossier geopolitici) in cui ogni dettaglio può accelerare la rotazione in corso.

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Il silenzio della Cina e il caos dell’Occidente

La Cina non alza la voce, non minaccia dazi, non convoca conferenze stampa muscolari. Sta ferma, osserva e incassa. Nel caos geopolitico emerso a Davos, tra un’America sempre più transazionale e un’Europa costretta a ripensare le proprie dipendenze strategiche, Pechino emerge come beneficiario di un disordine che non ha creato apertamente ma che sa sfruttare. Come si legge nel report di Gabriel Debach, market analyst di eToro, è l’elefante silenzioso nella stanza: non domina la conversazione, ma finisce per determinarne le conseguenze.

L’escalation sulla Groenlandia è stata la miccia per Debach. Le minacce di dazi dal 10% al 25% su otto Paesi europei annunciate da Trump per forzare un accordo hanno innescato volatilità immediata: l’S&P 500 è scivolato, si è riaccesa la narrativa di “sell U.S.”, salvo poi rientrare rapidamente dopo un framework che ha preservato la sovranità. Il prezzo, però, non è stato neutro: il dollaro ha pagato il conto, indebolendosi dell’1,9%, il peggior calo settimanale dal Liberation Day di aprile. È un messaggio preciso: la fiducia si erode prima sulla valuta, poi sul resto.

Dietro la retorica di Davos la frattura viene descritta da Debach come già visibile. Trump torna a usare il commercio come leva geopolitica esplicita, pronto a colpire anche gli alleati ritenuti troppo indulgenti con Pechino, fino alla minaccia del 100% sul Canada. Dall’altra parte, un’Europa che riconosce i rischi strategici ma non può permettersi di chiudere il canale cinese: Von der Leyen parla di riequilibrio e non di disaccoppiamento; Macron invoca investimenti diretti ma difende l’industria europea con barriere selettive; Starmer prepara una visita in Cina per riattivare i legami economici post-Brexit puntando su green economy e consumi, pur tra polemiche sulla sicurezza; Carney certifica la rottura dell’ordine globale senza nominarne apertamente il responsabile, chiarendo però che il Canada non perseguirà un accordo di libero scambio con Pechino nel rispetto dell’USMCA, pur ribadendo la necessità di diversificare per non dipendere solo da Washington. Cambiano i toni, spiega Debach, ma il denominatore comune resta lo stesso: il vecchio asse atlantico non basta più a garantire crescita, sicurezza e stabilità. È proprio in questa crepa che la Cina si inserisce, parlando di AI, manifattura verde, domanda interna e pianificazione di lungo periodo mentre l’Occidente discute di dazi.

La geopolitica, puntualizza Debach, passa direttamente dai mercati. Il rally di oro e argento non è solo corsa al bene rifugio: è un voto di sfiducia verso un’architettura monetaria e politica dominata dal dollaro. Oro sopra 5.000 dollari l’oncia, da 2.700 un anno fa, e argento oltre 100, da 30 nello stesso periodo, non raccontano soltanto tensioni geopolitiche o tassi in calo. Raccontano la ricerca di un’ancora in un sistema sempre meno cooperativo e sempre più coercitivo. L’argento è l’emblema: a Shanghai il prezzo avrebbe toccato 112 USD/oncia, mentre lo spot occidentale restava a 96, con un premium record sopra 16 USD/oncia. Qui il segnale non è solo speculazione: è frizione tra blocchi, filiere e mercati.

La settimana “enorme” che può accelerare la rotazione anti-Usa

È qui che i flussi di capitale, più di qualsiasi dichiarazione politica, raccontano la storia. Come si legge nel report di eToro, le azioni internazionali stanno attirando volumi massicci: i fondi equity dei mercati sviluppati hanno raccolto oltre 50 miliardi di dollari netti da inizio anno. Di questi, il 78% è confluito in strategie internazionali, circa 39 miliardi, con 5 miliardi diretti in Europa e 2 miliardi in Giappone. Gli Stati Uniti hanno raccolto appena 771 milioni. In altre parole, spiega Debach, l’equity internazionale sta attirando flussi quasi 50 volte superiori a quelli Usa: internazionali vicini ai 40 miliardi contro un mercato statunitense vicino allo zero. È un cambio di passo: la domanda per azioni non Usa non è più “contorno”, diventa direzione.

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In questo contesto, Debach osserva che il mercato mette alla prova l’America su tre fronti simultanei. Il primo è AI e Big Tech. I conti di Meta, Microsoft, Amazon e Apple arrivano quando la tolleranza degli investitori verso promesse future si è ridotta drasticamente. Qualsiasi segnale di incertezza sulla monetizzazione dell’AI o sulla sostenibilità di un capex tecnologico sempre più aggressivo rischia di accelerare il disinvestimento dal tech statunitense, con effetti immediati su equity e dollaro. Le Magnifiche 7 sono già in territorio negativo da inizio anno: ogni conference call diventa un test di credibilità, non una sfilata di narrativa.

Il secondo fronte, puntualizza Debach, è politico e istituzionale. Negli Stati Uniti le tensioni interne si intensificano: senatori democratici pronti a bloccare il funding bill per il Department of Homeland Security su riforme e agenzie come ICE dopo una sparatoria fatale che ha coinvolto un agente della Border Patrol. Con l’avvicinarsi delle scadenze di finanziamento cresce il rischio di partial government shutdown, che il mercato prezzerebbe con una probabilità del 77%. Si sommano altri elementi di instabilità: rischio di escalation con l’Iran, indagine del DOJ sul Fed Chair Powell, ipotesi che il CIO di BlackRock possa diventare il prossimo Chair della Fed, e Trump che torna a invocare assegni di stimolo da 2.000 dollari e tassi all’1%. Il messaggio complessivo, osserva Debach, è un quadro politico più rumoroso e meno prevedibile, esattamente ciò che il mercato tende a punire quando la rotazione è già in corso.

Il terzo fronte è macro e monetario, quello che trasforma il rumore in prezzo. L’ultima settimana di gennaio concentra una quantità anomala di eventi: la Fed terrà la prima decisione dell’anno con visioni divergenti nel FOMC, ma con il mercato che sconta al 97% lo scenario di nessun taglio. È il tipo di appuntamento che può agire da “snodo”: non perché cambi i tassi in giornata, ma perché può cambiare il linguaggio, e quindi le aspettative.

Intanto, si legge nel report di eToro, la stagione degli utili entra nel vivo. In tecnologia spiccano Apple, Meta Platforms, Microsoft, IBM e Tesla, ma la lista attraversa i settori chiave dell’economia Usa: Boeing e General Motors per l’industria, UnitedHealth per la sanità, AT&T e Verizon per le telecom, GE Vernova per l’energia, Starbucks e Disney per i consumi, Blackstone per la finanza alternativa, Caterpillar per il ciclo, Mastercard, Visa e American Express per i pagamenti, oltre a Chevron ed Exxon Mobil per il petrolio.

Eppure, spiega Debach, il filtro resta uno: le Big Tech. Apple, descritta come “ultima della classe” nel gruppo per performance YTD, entra in un anno critico, accelera la pianificazione successoria per Tim Cook e sigla un accordo AI con Google per rilanciare una roadmap sotto pressione, mentre pesano rischi tariffari e l’impennata dei costi della memoria. Microsoft, “penultimo” nella classifica YTD, viene osservato per un capex che ha superato le attese: gli analisti stimano 34,3 miliardi di investimenti per il trimestre in corso e 141 miliardi per l’intero anno. Come Oracle e Nvidia, Microsoft è in calo da inizio anno anche per l’elevata esposizione a OpenAI; Amazon, con esposizione più contenuta, è in rialzo. Tesla, superata da BYD come primo produttore globale di veicoli elettrici, proverà a spostare l’attenzione sul pivot verso guida autonoma, AI e robotica.

Fuori dagli Stati Uniti, sottolinea Debach, il quadro macro resta fragile ma non privo di segnali contrastanti. In Europa l’attenzione è sui dati preliminari di Pil del quarto trimestre: Eurozona attesa a +0,3% t/t, con Spagna a +0,6% e Germania, Francia e Italia intorno a +0,2%. I dati preliminari di inflazione di gennaio da Germania e Spagna saranno osservati con attenzione, mentre gli indicatori di fiducia restano depressi: Ifo tedesco atteso ai massimi da tre mesi e GfK dei consumatori ancora vicino ai minimi di quasi due anni.

La sintesi, conclude Debach, è una frase che pesa più di un calendario: “Ci aspetta una settimana enorme”. Earnings di peso, decisioni della Fed, dati macro chiave e appuntamenti geopolitici si intrecciano in un contesto già fragile. In un mercato all’erta, non è solo questione di cosa accade, ma di quanto velocemente può cambiare la direzione dei flussi quando la fiducia diventa la variabile più scarsa.

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