Cina, la guerra ai miner di bitcoin è tutt'altro che vinta

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Secondo un recente rapporto della CNBC, nonostante le politiche repressive del Governo, in Cina si mina ancora il bitcoin, ma di nascosto. I dati stimano che circa il 20% dei miner di tutto il mondo si trovi ancora in Cina.


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I miner rischiano tutto per i bitcoin

Dopo la stretta di Pechino sempre più decisa sull’attività di estrazione di criptovalute all’inizio dell’estate, la vita per i miners è diventata più dura, e chi intende eludere i controlli deve pensare a soluzioni sempre più creative. È il caso di Ben (soprannome per garantire la sua sicurezza), intervistato dalla CNBC, che ancora oggi estrae bitcoin nella provincia cinese del Sichuan, sperando ogni giorno di non essere catturato dalle autorità.

Ben ha distribuito la sua attrezzatura su più siti in modo che nessuna operazione salti nell’occhio sulla rete elettrica del paese. Ha addirittura deciso di attingere elettricità direttamente da piccole fonti di energia locali non collegate alla rete più grande, come le dighe.

Anche se è abituato ad “aggirare le regole” quando si tratta di fare affari in Cina, negli ultimi sei mesi ha davvero alzato la posta in gioco. "Non sappiamo mai fino a che punto il governo cercherà di reprimere... per spazzarci via", ha affermato Ben.

La fabbrica dei Bitcoin non è più la Cina

Sebbene Pechino abbia esiliato i miner a maggio e inasprito via via le restrizioni, sono diverse le fonti che hanno riferito alla CNBC che circa il 20% dei miners si trova ancora in Cina. Un dato incredibile che dimostra quanto sia difficile per il governo costringere un definitivo addio al mondo delle cripto. Certo, percentuali ben al di sotto del picco registrato a settembre 2020 di oltre il 75% della potenza di calcolo dedicata a verificare transazioni in bitcoin in tutto il mondo.

Nel frattempo, da settembre 2020 ad aprile 2021, l’hash rate (l’indicatore della potenza di calcolo impiegata complessivamente dalla rete Bitcoin) proveniente dagli Stati Uniti è salito dal 4 al 7% del totale, mentre quello proveniente dal Kazakistan ha registrato una crescita ancora più evidente, passando dall’1,4 a oltre il 6% del totale.

I dati forniti dalla società di sicurezza informatica cinese Qihoo 360 mostrano che, nonostante tutto, il mining di criptovalute è ancora vivo e vegeto. In un report di novembre, il gruppo di ricerca ha stimato che ogni giorno ci sono una media di 109.000 indirizzi IP di mining di criptovalute concentrati in ​​Cina, per la gran parte nelle province di Guangdong, Jiangsu, Zhejiang e Shandong.

Stavolta Pechino non scherza

In Cina molti miner erano incerti su quanto prendere sul serio il divieto di mining: più volte Pechino si è scagliata contro le valute digitali, ma ogni volta dopo il fervore iniziale le regole si sono ammorbidite. L'annuncio di Xi in primavera era avvenuto durante la celebrazione del centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, un momento in cui i legislatori volevano mostrare il pugno di ferro. Alcuni minatori, specialmente gli operatori su scala più piccola, privi delle risorse per migrare all'estero, per alcune settimane hanno evitato di attirare l'attenzione, per poi tornare online con qualche precauzione in più.

Questa volta però la Cina sembra non scherzare. Come buona parte del mondo, il Paese si trova a corto di energia, risorsa vitale per il processo di estrazione di bitcoin. Si tratta della peggiore carenza energetica degli ultimi dieci anni per Pechino, con conseguenti interruzioni di corrente.

Inoltre, l'elevatissimo consumo energetico necessario ai miners non quadra con gli ambiziosi obiettivi climatici che puntano a zero emissioni nette di CO2 entro il 2060.

Per non parlare dell’imminente concorrenza dello yuan digitale, la valuta digitale della banca centrale cinese, che potrebbe permettere al governo di sorvegliare le attività economiche del Paese in tempo reale. “Rendere più difficile la transazione in criptovalute rivali potrebbe rientrare in un piano più ampio per garantire l'adozione di questa nuova valuta digitale della banca centrale”, afferma Fred Thiel, AD di Marathon Digital Holdings e membro del Bitcoin Mining Council, secondo cui "il governo cinese sta facendo il possibile per garantire che bitcoin e altre criptovalute scompaiano dai sistemi finanziari e dall'economia cinesi".

Qualunque sia la ragione, è evidente la crescente ostilità del governo nei confronti delle cripto.

Nelle province di Zhejiang, Jiangxi, Hebei e Mongolia interna, ad esempio, il governo chiede ai funzionari locali di controllare gli indirizzi IP per attività minerarie illecite, effettuare incursioni nelle farm illegali di criptovalute, arrestare ed espellere i membri del partito sospettati di partecipare a schemi di mining di criptovalute.

Le autorità prestano particolare attenzione a istituti di ricerca, centri comunitari e scuole, dove i costi dell'elettricità sono al momento ridotti, ma che potrebbero aumentare per le istituzioni che utilizzano per il mining l’energia sovvenzionata. Occhi puntati anche sulle imprese statali: secondo una recente dichiarazione della Commissione centrale cinese per l'ispezione disciplinare, l'organismo di controllo anticorruzione del Paese, sono state identificate decine di entità statali nella provincia orientale dello Zhejiang che utilizzavano risorse pubbliche per estrarre cripto, tra cui bitcoin, etere, litecoin e monero. Delle 48 persone che hanno attivamente "minato" utilizzando risorse pubbliche, 21 lavoravano presso imprese statali o agenzie del Partito.

Anche nella regione costiera di Jiangsu, l'organismo di controllo delle comunicazioni della provincia ha rilevato che il 21% degli indirizzi IP che partecipano al mining di criptovalute proveniva da istituzioni statali.

Ma nonostante i crescenti sforzi del governo per scovare i miners, molti, come Ben, hanno trovato dei modi di sfuggire ai controlli.

Nascosti

A seguito della morsa cinese sul mining è iniziata una vera e propria diaspora di minatori, che ha preso il nome di “great mining migration”. I maggiori attori del settore, con contatti all’estero e disponibilità economica, hanno spedito l'attrezzatura e spostato i team in Kazakistan, negli Stati Uniti e in altre destinazioni dove l’energia elettrica costa poco e la legge è più favorevole nei loro confronti.

Altri pezzi grossi hanno lasciato l'attrezzatura nei magazzini in Asia per dirigersi verso pascoli più verdi, dove hanno ordinato macchine di ultima generazione da consegnare alle loro nuove dimore lontane dal Dragone.

Per chi invece non è riuscito a lasciare il Paese (reddito limitato e meno collegamenti internazionali), la situazione è ora più complicata. Mentre i miners di medie dimensioni si sono trovati nell’impossibilità di estrarre di nuovo a pieno ritmo, dato che la loro “impronta elettrica” è di facile individuazione, i miners più piccoli hanno trovato delle soluzioni.

Alcuni hanno dislocato le attività di mining in tutto il paese, altri hanno sfruttato piccole fonti di energia locali, come minuscole dighe nelle aree rurali che non sono collegate alla rete elettrica principale.

Ben, miner dal 2015, ha riferito al quotidiano americano di avere mille piattaforme di mining alimentate dalla rete elettrica, sparse in tutto il Paese per eludere il rilevamento da parte delle autorità, e altre cinquemila unità legate all'energia idroelettrica, direttamente dalla fonte nella provincia meridionale del Sichuan. “Sono ovunque, non c’è un pattern", ha affermato Ben.

Si tratta di una pratica ormai comune per molti miner, secondo Marshall Long, che da oltre un decennio estrae cripto in Svezia, Islanda e Cina: "stanno attingendo dalla rete e ora sono su scala più piccola, quindi sono frammentati", afferma Long, riferendosi ai numerosi conoscenti che minano in Cina.

Tuttavia, secondo Ben, con questa tecnica il prezzo dell’elettricità è "davvero costoso", mentre l'utilizzo dell'alimentazione off-grid consente margini di profitto molto migliori ed è più facile operare di nascosto.

La stagione delle piogge è ormai finita

Con la stagione delle piogge, che in Cina va da maggio al tardo autunno, e le precipitazioni monsoniche, si crea un'abbondanza di energia idroelettrica.

Ma la stagione delle piogge è ormai finita, e se negli anni passati, i miner imballavano l’attrezzatura e la trasportavano nello Xinjiang o nella Mongolia interna per attingere all'elettricità generata dalle centrali a carbone, ora queste regioni sono chiuse ai minatori.

"Diventerà davvero interessante", ha affermato Kevin Zhang della società di valuta digitale Foundry, il quale stima che la quota della Cina nel mercato globale dei bitcoin precipiterà al 5% man mano che le dighe idroelettriche si prosciugheranno.

Scollegare e reindirizzare i miners più e più volte è stata definita da Zhang come un’azione "molto dolorosa", quindi sospetta che molti inizieranno a guardare al Nord America, dove li aspetta una situazione più stabile e che non muterà da un giorno all'altro.


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