Dinamiche disinflattive delle banche centrali sotto la lente


Le politiche economiche applicate negli anni 70/80 oggi non sono attuabili perché il mondo è decisamente più globalizzato rispetto a quegli anni e anche l’inflazione si è globalizzata.


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Vendite al dettaglio USA MoM di ottobre alle 14:30 (stima 1% contro zero di settembre), produzione industriale USA MoM di ottobre alle 15:15 (stima 0,2% contro 0,4% di settembre) e scorte di petrolio USA WoW alle 16:30 (stima 1,36 mln di barili contro 3,93 mln della scorsa settimana).

Ieri il dato preliminare di PIL dell’Europa YoY del 3Q22 è risultato in linea con le attese (2,1%), mentre migliore delle aspettative è invece risultata la bilancia commerciale (-34,4 mld contro -44,5 mld stimati). Prezzi alla produzione YoY USA più bassi delle aspettative (8% contro 8,3% stimato), che lascia ben sperare sia sul fronte dei prezzi al consumo, sia su quello di crescita degli utili societari.

Funzionano le dinamiche disinflattive delle banche centrali? Cominciamo con il dire che in un mutato contesto economico iper-globalizzato e che vede ora una re-globalizzazione e un’accelerazione della transizione energetica, non credo al ritorno delle dinamiche disinflattive che hanno caratterizzato gli ultimi picchi di inflazione. Anzi, esattamente il contrario, soprattutto nella dinamica dei salari.

Nel corso degli anni 70/80 per esempio le pressioni salariali furono stroncate dalla delocalizzazione che ridusse fortemente la possibilità di contrattare eventuali aumenti salariali riportando in equilibrio il mercato del lavoro, stroncando ulteriori peggioramenti dell'inflazione.

Oggi quelle stesse leve non sono utilizzabili perché il mondo è decisamente più globalizzato rispetto agli anni 70 e anche l’inflazione si è globalizzata. Nonostante la tendenza alla riduzione dell’interdipendenza economica, è tuttavia difficile pensare che a breve termine le produzioni e i commerci internazionali possano tornare a quelli che erano negli anni ’70.

Non è sbagliato pensare che la re-globalizzazione comporterà una crescita della domanda di lavoro qualificato (già oggi mancano numerose figure professionali) che potrà incontrare l’offerta solo a salari crescenti, alimentando per questa via l’inflazione.

Di fatto, sono tre i principali rischi che il mercato percepisce in questo momento, ovviamente correlati fra di loro. Il primo, sul fronte della guerra solo un accordo fra le parti è in grado di ridurre il premio per il rischio e per questa via dare anche maggiore visibilità alle azioni delle banche centrali (Joe Biden e Xi Jimping ci stanno lavorando). Il secondo riguarda i tassi reali, in particolare se questi continueranno ad essere negativi e soprattutto in quale misura e con quali tempi si muoveranno verso lo zero. Se l’avvicinamento allo zero sarà graduale, allora l’effetto della crescita dei tassi reali sarà poco percepita dai mercati che cominceranno a chiedere un premio per il rischio minore. Tutto da valutare l’effetto di una possibile recessione sugli utili societari.

Last but not least, riguarda gli strumenti di politica monetaria da mettere in campo nel lungo termine. Nel 2024, come affermato da diverse fonti, saranno ancora pienamente visibili i duratori effetti dell’inflazione: i prezzi una volta saliti difficilmente scenderanno (quella è deflazione), minando la ripresa economica se i salari non crescono (ma la loro crescita alimenta l’inflazione). Quale politica monetaria e fiscale sarà adottata per riportare il sistema in equilibrio? Domanda che dovrà necessariamente trovare una risposta, che non potrà essere quella di guardare ai dati.

Quale strategia seguire per gli investimenti? Nelle fasi di elevata incertezza economica che causa elevata volatilità dei mercati, è importante costruire il portafoglio avendo ben chiari i propri obiettivi, sia in termini di rischio/rendimento sia in termini temporali, in modo da non subire il mercato in modo pro-ciclico. In questo momento riteniamo che occorra occuparsi più del rischio che del rendimento, in modo da mettere al riparo il portafoglio di lungo periodo da imprevedibili shock esterni.

Riteniamo quindi corretta una strategia bottom up che vada a privilegiare i titoli di quelle società che producono cassa, hanno una redditività mediamente superiore a quella del proprio settore di riferimento e sono leader nel mercato nel quale operano.

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