Diversi timori serpeggiano tra gli investitori

06/03/2026 07:30
Diversi timori serpeggiano tra gli investitori

In periodi di forte incertezza, sono comunque i fondamentali sottostanti quelli che in ultima analisi guidano l’economia e i mercati. Le lunghe indagini specifiche per settori e paesi renderanno l’attuazione dei dazi più macchinosa

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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Lettura finale del PIL YoY del 4Q25 dell’Europa che dovrebbe essere in linea con il +1,3% della lettura flash. Variazione occupati USA di febbraio (stima 58k contro 130k di gennaio), tasso di disoccupazione di febbraio (stima 4,3%, invariato rispetto a gennaio) e vendite al dettaglio MoM di gennaio (stima -0,3% contro zero di dicembre).

Richiesta di sussidi settimanali alla disoccupazione, pari a 213k, in linea con il dato dela scorsa settimana. Produttività QoQ del 4Q25, pari a +2,8%, in calo rispetto al +5,2% del 3Q25, ma più elevata rispetto al +1,9% attesa.

Nell’odierna economia dell’attenzione, è facile farsi distrarre dal flusso incessante di titoli (solitamente negativi) dei media. Tuttavia, come investitori, in periodi di forte incertezza, è importante ricordare che i fondamentali sottostanti sono quello che in ultima analisi guida l’economia e i mercati. Sebbene i rischi siano evidenti, ci sono molti aspetti positivi in ciò che sta accadendo nell’economia e nei mercati globali. I fondamentali sono ancora ampiamente intatti. Fatto questo che non tende a diventare virale o a finire in prima pagina.

Il timore che questo mercato rialzista sia troppo ristretto per durare, le preoccupazioni riguardanti la concentrazione del mercato azionario statunitense e il ritorno sull’investimento nell’IA (o la sua mancanza), continuano a circolare. Come suggerisce la recente volatilità, l’IA è ora accompagnata da una lunga lista di timori, che spaziano dalla convinzione che l’IA "agente" (agentic AI) porterà ad una disoccupazione di massa tra i colletti bianchi e ad una recessione globale, al timore che un’adozione limitata dell’IA si tradurrà in un massiccio eccesso di investimenti e in centri dati abbandonati.

Inutile negarlo, il "muro della preoccupazione" è alto, eppure l’azione media nell’S&P 500 si è comportata sorprendentemente bene negli ultimi mesi. Finora, nel 2026, l’S&P 500 equi-pesato (equal-weighted) ha sovraperformato la sua controparte ponderata per capitalizzazione di mercato con il margine più ampio dal 1992, segnando una netta inversione di tendenza rispetto a tre anni consecutivi di performance estremamente concentrate. L’ampiezza del mercato è a livelli record, con oltre 320 società dell’S&P 500 che da inizio anno stanno sovraperformando l’indice generale (e tra queste non figura nessuna delle "Magnifiche 7").

La forza mostrata da aree del mercato al di fuori del settore tecnologico ha fatto la sua parte dallo scorso novembre: ecco perché l’S&P 500 si trova a solo l'1-2% dai massimi storici, nonostante settori come quello del software si trovino in territorio di mercato orso (bear market). Gli indicatori interni appaiono ancora positivi per l’indice generale, con il 70% circa dei titoli al di sopra della propria media mobile a 200 giorni. Tutto questo rappresenta una buona notizia per la sostenibilità di questo mercato rialzista.

Non possiamo dimenticare i dazi. Con la decisione della Corte Suprema del 20 febbraio, i dazi IEEPA sono stati sostituiti dai dazi della Sezione 122 per i prossimi 150 giorni. Sebbene tariffe più basse per paesi come Cina e Brasile rappresentino una buona notizia nel breve termine per molte aziende, è chiaro che l’incertezza sui dazi continuerà a essere una costante del 2026. È probabile che autorità alternative all’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) mantengano l’aliquota tariffaria effettiva ben al di sopra della media registrata prima del 2025 (circa il 2,2% nell’ultimo decennio). Nel frattempo, lunghe indagini specifiche per settori e paesi renderanno l’attuazione dei dazi più macchinosa.

Detto questo, gli investitori non dovrebbero dimenticare che le grandi imprese americane sono comunque riuscite ad ottenere margini di profitto record e una crescita degli utili nonostante lo scossone del "Giorno della Liberazione". Nel 4Q25 la crescita degli utili per l'S&P 500 è stata del 14% su base annua (YoY), segnando il quinto trimestre consecutivo di crescita degli utili a doppia cifra, ovvero la serie più lunga dal 2018. Gli investitori ben diversificati stanno inoltre beneficiando di un ampliamento dei profitti non solo tra i vari settori, ma anche lungo tutto lo spettro della capitalizzazione e nel resto del mondo.

Ma oltre ai dazi non possiamo dimenticarci dei bilanci delle famiglie, in particolare tra i consumatori a basso reddito. Non è un segreto che la spesa negli Stati Uniti sia stata sempre più sbilanciata verso l'alto (top-heavy), non solo per reddito ma anche per istruzione ed età. Dal 2023, la spesa dei laureati è cresciuta circa il 2,4% più velocemente di quella dei non laureati. Nel frattempo, le persone di età pari o superiore a 55 anni rappresentano oggi circa il 45% dei consumi complessivi negli Stati Uniti, rispetto a meno del 30% all'inizio del secolo. Non si può certo dire che le condizioni di partenza siano paritarie per tutti. Tuttavia, i dati della Fed continuano a suggerire che i bilanci delle famiglie siano solidi, non solo nel complesso o tra le famiglie più ricche, ma in tutte le fasce di reddito. Nello specifico, il debito come quota del patrimonio netto delle famiglie appartenenti al 20% inferiore per reddito si attesta attualmente al 16,1%, dopo essere gradualmente sceso dal 20% dell'inizio del decennio e trovandosi tecnicamente ora al livello più basso dal 1999. Un modello simile può essere osservato in tutti i quintili di reddito. In altre parole, sebbene i prezzi più elevati abbiano pesato sulle famiglie a basso reddito e nonostante i tassi di insolvenza vadano monitorati, i bilanci dei consumatori in tutto lo spettro dei redditi sono ancora in una condizione storicamente solida.

Detto questo, esiste il timore che gli investitori stranieri stiano abbandonando gli Stati Uniti? Come nel 2025, la narrazione secondo cui gli investitori stranieri starebbero abbandonando gli asset statunitensi a causa di sviluppi macroeconomici o geopolitici ha dominato i titoli dei giornali quest'anno. Eppure, c'è stata scarsa evidenza di ciò negli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro, che hanno mostrato come gli investitori stranieri abbiano acquistato un record netto di 1,55 trilioni di dollari di attività finanziarie statunitensi a lungo termine nel 2025, con un sorprendente aumento del 31% rispetto a 1,18 trilioni di dollari nel 2024. Sono inclusi 720 miliardi di dollari di acquisti netti di azioni e 409 miliardi di dollari in titoli e obbligazioni del Tesoro. Anche la domanda estera si è dimostrata forte all'inizio dell'anno: il 19% delle aste di titoli e obbligazioni di gennaio è stato assegnato a operatori esteri, la quota più alta degli ultimi tre anni.

A conti fatti, l'operazione "sell America" sembra quindi essere stata più fumo che arrosto. Il calo del dollaro, che ora si trova l'8% circa al di sotto dei livelli di inizio 2025 su base reale ponderata per gli scambi commerciali, ha riflettuto principalmente le strategie di copertura dell'esposizione al dollaro da parte di investitori stranieri in Asia ed Europa, dopo un decennio di solidi rendimenti negli Stati Uniti. Finora, quest'anno, il biglietto verde è sceso di oltre l'1% in termini ponderati per gli scambi, ma rimane sopravvalutato. Prevediamo che il dollaro si rafforzi nel breve termine a causa del conflitto in Medio Oriente, per poi riprendere un percorso di moderato indebolimento. Non lasciatevi influenzare dal timore che gli investitori stranieri abbiano rinunciato agli asset statunitensi.

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