Eni in rialzo dopo il blitz USA in Venezuela, proseguono le attività nel Paese

La destituzione di Maduro attira vendite sul greggio ma l’azionario legato al petrolio apre la seduta di Piazza Affari in rialzo.
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Azioni Eni in evidenza
“Eni monitora con attenzione l'evolvere della situazione; al momento non si registrano impatti sulle operazioni, che procedono regolarmente”. Con queste parole, un portavoce della compagnia petrolifera italiana rassicura sulla situazione in Venezuela dopo il blitz USA dei giorni scorsi che ha portato alla destituzione del presidente Nicolas Maduro.
A Piazza Affari, intanto, l’apertura di seduta vede le azioni Eni guadagnare oltre l’1%, salendo fino a 16,588, mentre tra i petroliferi salgono del 3% Saipem e Tenaris, rispettivamente a 2,57 e a 17 euro.
Calano, invece, i prezzi del petrolio: Brent a 60,20 dollari (-0,80%) e greggio WTI a 56,80 dollari al barile (-0,90%).
Le attività in Venezuela
Eni è attiva in Venezuela dove produce gas interamente destinato all’approvvigionamento del Paese e alla generazione di energia elettrica.
Negli ultimi anni, il gruppo italiano ha recuperato parte dei crediti maturati nei confronti della società statale Pdvsa attraverso la fornitura di carichi di greggio destinati all'esportazione. Tutte le operazioni con il Venezuela si sono sempre svolte in regime di licenze generali e autorizzazioni specifiche, in costante dialogo con le autorità statunitensi. Dal marzo 2025, però, le autorità statunitensi hanno revocato tutte le licenze o autorizzazioni precedentemente concesse a compagnie petrolifere non statunitensi per il recupero delle somme dovute attraverso il ritiro dei carichi di greggio di Pdvsa.
Da allora, la società italiana si è impegnata in modo trasparente con le autorità statunitensi per identificare opzioni volte a garantire che le forniture di gas, non sanzionate e essenziali per la popolazione, possano essere remunerate da Pdvsa con carichi di greggio destinati all'esportazione. Le operazioni si svolgono nel pieno rispetto del quadro sanzionatorio internazionale.
“Nel 2024 la produzione in quota Eni in Venezuela è stata di 62 kboed (3,5% dei volumi upstream)”, sottolineano gli analisti di Equita. “A fine giugno 2025, l’esposizione nominale creditoria Eni verso Pdvsas (inclusiva dell’esposizione della JV Cardon IV) ammontava a circa 2,3 miliardi di dollari (valore di carico 0,9 miliardi), in aumento rispetto al bilancio 2024 a causa della decisione dell’amministrazione USA di revocare tutte le licenze o comfort precedentemente accordati alle compagnie petrolifere internazionali per recuperare le somme dovute attraverso il ritiro di carichi di greggio di Pdvsa”, proseguono gli analisti.
“La transizione venezuelana resta rilevante in ottica recupero crediti, ripartenza operativa e stabilità legale nei contesti ad alto rischio”, concludono da Equita, confermando la raccomandazione buy con target price a 16,50 euro sulle azioni Eni.
Le conseguenze sul petrolio
Dopo aver deposto Maduro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump afferma ora di avere grandi progetti per l'industria petrolifera del Paese e le sue vaste riserve, ma c'è ancora incertezza su cosa accadrà in futuro. La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha chiesto agli Stati Uniti di collaborare con il suo Paese, adottando un tono più conciliante nei confronti dell'amministrazione Trump dopo la sua iniziale indignazione per la cattura di Maduro.
"Il rumore geopolitico svanisce rapidamente", ha scritto in una nota Dilin Wu, stratega di Pepperstone Group Ltd. "L'improvvisa esplosione di tensione in Venezuela non è riuscita a riversarsi in modo significativo sugli asset di rischio globali, rafforzando la tendenza del mercato a valutare gli shock geopolitici in tempi brevi e a digerirli rapidamente".
“Per i mercati questo specifico shock geopolitico avrà un impatto di brevissima durata. Il premio al rischio svanisce rapidamente quando gli investitori si rendono conto che l'evento riduce il rischio estremo anziché amplificarlo. In effetti, nel medio termine, questa situazione è probabilmente negativa per il petrolio e migliore per l'economia globale. Una governance più prevedibile e canali di esportazione più chiari alla fine si tradurranno in più barili, non in meno", prevede Stephen Innes, managing partner di Spi Asset Management.
Nonostante quanto accaduto nel fine settimana in Venezuela, il produttore OPEC rappresenta una piccola frazione dell'offerta globale e il mercato è già alle prese con una crescente sovrabbondanza.
"Qualsiasi interruzione a breve termine della produzione venezuelana può essere facilmente compensata da un aumento della produzione altrove", secondo Neil Shearing, capo economista del gruppo Capital Economics Ltd, mantenendo la sua previsione di una “crescita dell'offerta globale nel prossimo anno che spingerà i prezzi del petrolio verso i 50 dollari".
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