Equity e credito non correggono, è il dollaro ad assorbire il rischio

I mercati stanno affrontando una delle settimane più dense dell’inizio anno cercando una risposta semplice a una domanda complessa: l’economia sta davvero rallentando o sta solo cambiando la direzione dei flussi? Il punto di equilibrio passa dal dollaro, dalla comunicazione della Fed e dalla capacità delle big tech di sostenere una narrativa di crescita sempre più legata all’AI.
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Il dollaro come ammortizzatore del sistema
Il segnale più evidente, e forse più sottovalutato, arriva dal mercato valutario. Come si legge in una nota di Gabriel Debach, market analyst di eToro, l’euro/dollaro (EUR/USD) ha toccato quota 1,20, sui livelli più deboli per il biglietto verde dal 2022. Il punto però non è solo il livello del cambio, quanto il messaggio politico che lo accompagna. Il commento di Trump, secondo cui “il valore del dollaro è grande”, è stato letto dal mercato come un via libera implicito a tollerare una fase di debolezza valutaria, funzionale a spingere i tassi più in basso e a rendere più competitive le esportazioni statunitensi.
Sotto questa dinamica, spiega Debach, si muove qualcosa di più strutturale. Il dollaro sta diventando il principale ammortizzatore del sistema. In un contesto in cui non si vogliono correggere né gli asset finanziari né il credito, è il cambio ad assorbire tensioni che in altri cicli si sarebbero scaricate sui tassi reali o sugli spread. Non è una scelta esplicita, ma una dinamica emergente. Qui si apre una contraddizione evidente: con circa 39.000 miliardi di dollari di debito, la stabilità della valuta dovrebbe essere una priorità assoluta. Tenere insieme crescita, dollaro debole e credibilità sulla parte lunga della curva Treasury diventa un esercizio di equilibrio sempre più fragile.
L’aspetto più interessante, secondo Debach, è che questa svalutazione del biglietto verde non avviene in un clima da fuga dal rischio. Non è una narrativa di “sell Usa”. Al contrario, è una fase reflazionistica, con propensione al rischio elevata e con tutto ciò che è inversamente correlato al dollaro in accelerazione. Oro e metalli proseguono una corsa iperbolica, il petrolio sale, con il rischio geopolitico iraniano sullo sfondo, mentre gli asset reali restano forti. Le criptovalute, invece, osservano senza guidare il movimento: non negano il rischio, ma non lo stanno nemmeno amplificando.
I dati macro statunitensi aggiungono complessità al quadro. La fiducia dei consumatori di gennaio è scesa a 84,5, ben sotto le attese, con un calo concentrato sulla percezione della situazione attuale. L’indicatore “posti di lavoro abbondanti” è scivolato ai minimi da febbraio 2021. Il segnale non sembra legato al timore dei dazi, anche perché le aspettative di inflazione si stanno attenuando, ma piuttosto alla sensazione che il ciclo interno stia diventando meno agevole. Il rallentamento non è ancora visibile nei grandi aggregati, ma inizia a emergere nella microeconomia quotidiana.
In Europa, osserva Debach, i listini restano positivi ma sotto i massimi precedenti alle minacce tariffarie, con un euro più forte che pesa sugli utili degli esportatori. Sul mercato dei cambi, il franco svizzero torna ad attirare flussi difensivi, con l’EUR/CHF sotto 0,92, minimo pluriennale, anche se un’inflazione prossima allo zero limita lo spazio per un apprezzamento prolungato.
Fed, obbligazioni e trimestrali in arrivo
Questo contesto confluisce nel primo grande appuntamento della settimana, il FOMC. In assenza di nuove proiezioni, spiega Debach, tutta l’attenzione si concentra sulla comunicazione di Powell. Il mercato cercherà indicazioni sul dollaro, perché una discesa così rapida rischia di diventare una variabile politica prima ancora che economica. Se le aspettative dovessero spostarsi verso un taglio da 25 punti base già a marzo, il biglietto verde potrebbe affrontare ulteriori pressioni nei prossimi mesi.
Il mercato obbligazionario, per ora, resta sorprendentemente calmo. Il decennale Usa è rimasto stabile nonostante il peggioramento del sentiment, mentre i tassi a breve scendono e quelli lunghi, in particolare il trentennale, salgono. Il messaggio, sottolinea Debach, è sottile ma coerente: il rallentamento è accettabile, ma la credibilità fiscale e il premio per la duration non sono negoziabili. La parte lunga della curva non è disposta a regalare fiducia a basso costo.
Sul fronte azionario, invece, il tono resta chiaramente risk-on. L’S&P 500 è tornato sui massimi storici, con una dinamica che si ripete: il mercato tende ad anticipare la Fed più che ad attenderla. Come si legge nel report di eToro, dall’ultimo meeting del FOMC l’indice americano è salito di circa l’1,2%, e nelle ultime decisioni di politica monetaria la seduta precedente al meeting si è spesso chiusa sui massimi. È come se il mercato dicesse che la Fed conta, ma non guida più da sola il timing.
Il cuore della giornata resta però nelle trimestrali di Microsoft, Meta e Tesla. Non sono semplici conti, ma una verifica del patto implicito tra mercato e big tech: accettiamo valutazioni elevate perché l’AI produrrà risultati tangibili. In Europa, spiega Debach, lo stesso messaggio arriva con forza dai numeri di ASML. Ordini record nel quarto trimestre, guidance 2026 superiore alle attese e una domanda trainata dagli investimenti in capacità legati all’intelligenza artificiale confermano che la catena di fiducia sull’AI è ancora intatta. ASML resta il collo di bottiglia positivo di questo sistema, con la Cina che continua a rappresentare una quota rilevante delle vendite pur in un contesto di restrizioni tecnologiche. La decisione di non pubblicare più le prenotazioni nei prossimi trimestri va letta come controllo della narrativa, non come segnale di debolezza.
Il mercato, conclude Debach, non sta prezzando un crollo del ciclo, ma una ricomposizione degli equilibri, in cui il dollaro assorbe le tensioni, la Fed cammina su un filo sempre più sottile e le trimestrali diventano il vero arbitro della credibilità dell’AI come motore di crescita.
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