Fracking, può davvero rendere gli Stati Uniti energeticamente indipendenti?


Il fracking ha fatto degli Stati Uniti il più grande produttore mondiale di greggio, ma qual’è il costo per l'ambiente? E soprattutto, possiamo parlare di indipendenza energetica degli Stati Uniti dal resto del mondo?


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Cos’è il fracking

Inventato nel 1947, poi ottimizzato in Texas nei decenni successivi, il fracking negli Stati Uniti ha cambiato il volto dell'industria petrolifera.

Fracking è l’abbreviazione di “hydraulic fracturing”, fratturazione idraulica, due parole che racchiudono l’intero concetto: frantumare la roccia usando fluidi iniettati ad alta pressione nel sottosuolo.

Il fracking consiste nell’effettuare, nelle aree dove sono presenti nel sottosuolo gli scisti bituminosi (shale in inglese), una perforazione a profondità generalmente compresa tra 1000 e 2000 metri fino ad arrivare ad intercettare gli strati di shale. Una volta raggiunti, una o più pompe ad altissima pressione e ad alto flusso immettono nel pozzo acqua mista a sabbia e agenti chimici. La miscela crea fratture nella roccia e lascia sprigionare i gas che vengono trascinati dal flusso. Cessata la pressione, il gas (in prevalenza metano) o il petrolio, insieme ad altri composti indesiderati liberati dalla roccia, entrano nello stesso condotto e risalgono in superficie.

L’esplosione in USA dello shale oil e shale gas (petrolio e gas prodotti con questi metodi alternativi) è avvenuta nel 2005, e cioè quando il Congresso Americano ha esentato questa pratica dall’adozione delle più severe norme ambientali di estrazione.

A che costo?

L’impatto ambientale di quest'attività è però tutt’altro che privo di conseguenze, e sono molte le perplessità circa l’impiego del fracking, a partire dalla miscela di additivi la cui composizione non è nota e che poi ritornano in superficie arricchiti di altri elementi, alcuni dei quali possono avere effetti radioattivi.

Inoltre, la quantità di acqua utilizzata durante questo processo è copiosa. Secondo l'US Geological Survey, in base alla conformazione del terreno, al numero di pozzi utilizzati e alle tecnologie implementate, comprese quelle per il riciclo dei fluidi, si va da un minimo di 5,7 ad un massimo di 60,5 milioni di litri d’acqua per ciascun pozzo.

Altro rischio è il legame, ormai acclarato, tra terremoti e fracking. Ma non è questa l’operazione incriminata, bensì l’uso di pozzi di smaltimento delle acque reflue, dato che operano per periodi più lunghi e iniettano molto più fluido delle operazioni di fratturazione idraulica. L’iniezione di acque reflue può aumentare i livelli di pressione nella formazione rocciosa per periodi di tempo molto più lunghi e su aree più grandi rispetto al fracking.

Usa, si può davvero parlare di indipendenza energetica?

Il fracking ha riscosso grande successo negli Stati Uniti grazie al suo costo relativamente contenuto e al suo grande potenziale di sfruttamento rispetto ai metodi di estrazione più tradizionali. Questa tecnica ha portato ad aumenti sostanziali della produzione interna di petrolio e gas, riducendo significativamente la necessità per gli Stati Uniti di importare petrolio. In effetti, le importazioni nette di petrolio degli Stati Uniti, dopo un aumento costante di 30 anni, sono in calo. Calo che coincide in gran parte con l'espansione della fratturazione idraulica.

Nel 2019 gli Stati Uniti hanno prodotto più energia primaria (principalmente petrolio, gas naturale, carbone, biocarburanti e parte dell'elettricità) di quanta ne hanno consumata: non succedeva dal 1957. Nel 2020, per la prima volta dal 1952, hanno anche esportato più petrolio di quanto ne abbiano importato.

Stando ai dati forniti dalla Energy Information Administration, nel 2019 la produzione di energia nel paese ha superato il consumo. 

Ed è su queste basi che si fondano le pretese di «indipendenza energetica», un’espressione un po’ fuorviante, in quanto induce a pensare agli Stati Uniti come un sistema autosufficiente, al riparo dalle grandi perturbazioni del mercato petrolifero. La parola «indipendenza» rimuove quella rete di dipendenza reciproca che lega gli Stati Uniti al resto del mondo. In realtà il Paese sarà sì diventato esportatore netto di petrolio, ma continua ad importare greggio per le proprie raffinerie: dunque le mosse dei produttori mediorientali, le decisioni dell’Opec, o della sua versione allargata, sono tutt’altro che irrilevanti per il Paese.

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