Guerra e mercati, la lezione di storia contro il panic selling e il ruolo del petrolio

Le tensioni geopolitiche riportano volatilità sui mercati e riaccendono il timore di crolli improvvisi. La storia finanziaria mostra però una dinamica più complessa: non è la guerra in sé a muovere i listini, ma l’incertezza che la circonda e soprattutto il rischio di shock energetici. Petrolio, volatilità e reazioni degli investitori seguono spesso schemi ricorrenti che si ripresentano nei momenti di escalation internazionale. Comprendere questi meccanismi può aiutare a leggere le fasi di turbolenza e a evitare decisioni dettate dal panico.
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L’incertezza come vero motore dei mercati
Quando scoppia una guerra, la reazione immediata dell’opinione pubblica e dei media è spesso la stessa: crolli di mercato e miliardi di capitalizzazione bruciati. La storia dei mercati finanziari racconta però una realtà più articolata. Come spiega in una nota Gabriel Debach, market analyst di eToro, il punto centrale non è la guerra in sé, ma l’incertezza che la circonda.
Gli investitori non reagiscono semplicemente all’esistenza di un conflitto. Ciò che i mercati cercano di prezzare, secondo Debach, è piuttosto una serie di interrogativi: quanto durerà la guerra, quali Paesi verranno coinvolti, quali conseguenze avrà sulle forniture energetiche, sul commercio globale e sulle catene di approvvigionamento.
Quando queste domande restano senza risposta, la volatilità diventa inevitabile. Analizzando i grandi conflitti degli ultimi decenni, dalla Guerra del Golfo del 1991 fino all’invasione dell’Iraq nel 2003 e alle tensioni più recenti in Ucraina e in Medio Oriente, emergono schemi ricorrenti. Debach sottolinea che non si tratta di leggi immutabili, ma di dinamiche che i mercati tendono a riproporre con sorprendente regolarità.
La prima dinamica è quasi sempre la stessa: la volatilità arriva prima dell’impatto economico reale. Nelle fasi iniziali di un conflitto i mercati registrano movimenti bruschi e disordinati non perché il danno economico sia già visibile, ma perché gli investitori devono improvvisamente incorporare una molteplicità di scenari nei prezzi.
Il ruolo della volatilità e delle materie prime
L’aumento della volatilità è uno dei segnali più immediati delle tensioni geopolitiche. Debach osserva che questo fenomeno emerge chiaramente analizzando gli indici che misurano il nervosismo dei mercati.
A fine febbraio, il VIX, l’indice della volatilità implicita sull’S&P 500, scambiava intorno a quota 19,9. Nelle fasi più tese della crisi è arrivato a superare i 35 punti, prima di ritracciare verso area 25. Un movimento che, spiega Debach, evidenzia come il mercato azionario reagisca rapidamente alla necessità di prezzare nuovi scenari di rischio.
Lo stesso schema si è osservato nel mercato delle materie prime. L’OVX, l’indice di volatilità del petrolio, è passato da circa 64 punti a oltre 118, per poi stabilizzarsi intorno a quota 100. Secondo Debach, questo comportamento segnala un mercato energetico costretto improvvisamente a prezzare scenari estremi sulle forniture globali.
È proprio nelle materie prime che spesso si legge il vero termometro dei conflitti. Quando la tensione geopolitica coinvolge aree strategiche per l’energia o per il commercio globale, il barometro del mercato non è più rappresentato principalmente dall’equity, ma dalle commodity.
Petrolio, gas, grano e metalli industriali reagiscono in modo immediato perché rappresentano il punto di contatto diretto tra geopolitica ed economia reale. Debach ricorda che la seduta recente sul petrolio è stata quasi un caso da manuale.
Il WTI ha registrato ieri un’escursione intraday del 42,1%, con un massimo a 119,48 dollari e un minimo a 81,19 rispetto alla chiusura precedente a 90,90 dollari. Escludendo il periodo eccezionale del 2020, si tratta del movimento più estremo della serie storica dal 1983.
Il petrolio come canale macroeconomico
Il petrolio rappresenta uno dei principali canali attraverso cui un conflitto regionale può trasformarsi in un problema macroeconomico globale. Debach sottolinea che gli shock energetici sono uno dei pochi meccanismi capaci di trasmettere rapidamente la geopolitica all’economia reale.
In questo contesto, segnala Debach, la variabile più importante non è tanto l’esistenza della guerra o la sua durata complessiva, ma la percezione del rischio sulle forniture energetiche. Un conflitto può prolungarsi nel tempo senza produrre effetti macroeconomici significativi se i mercati non temono interruzioni nelle forniture.
Nel caso della guerra in Iran, ciò che realmente preoccupa gli investitori è il rischio di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz o di attacchi diretti alle infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo, come siti di estrazione, gasdotti e oleodotti.
Se il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi su livelli significativamente più elevati per un periodo prolungato a causa di interruzioni reali nelle forniture, secondo Debach le pressioni inflazionistiche potrebbero riemergere con forza e diventare un freno concreto alla crescita economica globale.
Al contrario, se queste paure specifiche dovessero attenuarsi, anche con il conflitto ancora in corso, il rialzo del petrolio potrebbe rivelarsi temporaneo e l’impatto macroeconomico molto più limitato.
Le lezioni della storia sui mercati azionari
La storia dei mercati suggerisce un’altra dinamica ricorrente: gli shock geopolitici tendono a essere intensi ma relativamente brevi sul fronte azionario. Debach richiama un’analisi di Goldman Sachs sui conflitti in Medio Oriente dal 1991, secondo cui questi eventi producono in media una correzione dell’S&P 500 di circa il 6% distribuita in poco più di due settimane, seguita da un recupero.
Uno studio di Carson Investment Research sui conflitti dal 1940 mostra una dinamica simile. Nel primo mese dall’inizio delle ostilità l’indice registra una flessione media dello 0,9%, ma nei tre, sei e dodici mesi successivi i rendimenti tornano generalmente positivi.
Questo accade perché i mercati non aspettano la fine della guerra per reagire. Come osserva Debach, gli investitori tendono ad anticipare gli eventi economici. Quando lo scenario diventa più prevedibile, anche se il conflitto è ancora in corso, il premio per il rischio richiesto dagli investitori inizia a ridursi.
Una dinamica osservata anche in passato. Durante la Guerra del Golfo nel 1991 e durante l’invasione dell’Iraq nel 2003, i mercati iniziarono a recuperare ben prima della fine delle operazioni militari.
Il contesto economico, però, resta determinante per Debach. Negli anni Settanta, dopo la guerra del Kippur, le performance dei mercati furono molto più negative perché l’economia globale era molto più vulnerabile agli shock energetici e l’inflazione era già strutturalmente elevata.
Oggi la sensibilità dei mercati agli shock petroliferi resta elevata, ma l’economia globale appare più diversificata. Debach ricorda che gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di energia e che l’intensità energetica dell’economia americana è diminuita di circa il 70% rispetto agli anni Cinquanta.
Mercati guidati dalle notizie
In un contesto geopolitico così instabile, anche la comunicazione politica può diventare un potente catalizzatore di mercato. Debach osserva che le dichiarazioni dei leader politici possono muovere gli asset finanziari più di molti dati macroeconomici.
Lo si è visto quando il presidente Donald Trump ha dichiarato che la guerra con l’Iran potrebbe essere risolta “molto presto”. Quelle parole hanno alimentato un rimbalzo degli asset di rischio e una discesa del prezzo del petrolio, perché il mercato le ha interpretate come un possibile segnale di de-escalation.
Poche ore dopo, però, il tono è cambiato con dichiarazioni più dure sulla volontà di proseguire il conflitto fino alla completa sconfitta del nemico. Questo tipo di comunicazione, puntualizza Debach, rende i mercati fortemente guidati dalle notizie, in una fase definita dagli operatori come “headline driven”.
In questo contesto, disinvestire completamente significa scommettere di saper prevedere non solo l’inizio della crisi, ma anche la sua fine. Debach sottolinea che si tratta di un doppio timing estremamente difficile da realizzare con successo.
Allo stesso tempo, entrare aggressivamente sui minimi può essere prematuro finché alcune variabili chiave, come la stabilità delle rotte energetiche, non tornano più chiare.
La storia dei mercati ricorda però una lezione spesso dimenticata nei momenti di maggiore tensione: alcune delle migliori giornate di mercato arrivano immediatamente dopo le peggiori. Restare fuori dal mercato durante quei rimbalzi può avere un impatto sui rendimenti di lungo periodo più significativo della stessa volatilità.
Come conclude Debach, vedere il proprio portafoglio in rosso resta sempre scomodo per qualsiasi investitore. Ma i mercati non salgono mai in linea retta. Vendere nel pieno del panico significa spesso cristallizzare le perdite proprio prima che il mercato inizi a riassorbire lo shock. La volatilità, in fondo, è il prezzo da pagare per restare investiti.
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