I due indicatori che non sbagliano "quasi" mai

Gennaio può davvero anticipare l’andamento dei mesi successivi e indicatori come il January Barometer e il First Five Days sono indicatori di trend attendibili? La loro affidabilità storica è pari rispettivamente al 71 e al 66%.
A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM
Inizia la settimana che precede il meeting della Fed, in programma per il 27-28. A livello di dati sono attese la conferma – oggi - sia dell’inflazione dell’Europa YoY di dicembre (2%), sia del PIL USA del 3Q25 (+4,3%) giovedì 22.
Con l’inizio del nuovo anno torna puntuale una delle domande preferite dagli operatori di mercato: gennaio può davvero anticipare l’andamento dei mesi successivi? L’idea, diventata popolare grazie allo Stock Trader’s Almanac, si basa su due “regole” stagionali spesso citate.
La prima è il January Barometer: se le azioni salgono a gennaio, è probabile che l’intero anno chiuda in positivo (e viceversa). La seconda è ancora più rapida e stringata: l’indicatore dei First Five Days, che concentra la previsione nella prima settimana di contrattazioni. In altre parole: come va gennaio, così va l’anno?
Nel 2025 la teoria ha funzionato. L’S&P 500 ha aperto l’anno con un +0,6% nei primi cinque giorni e ha poi chiuso gennaio con un +2,7%. Da lì, il mercato ha proseguito sulla stessa traiettoria: l’indice ha messo a segno un rendimento di prezzo a doppia cifra e ha concluso il 2025 a +16,4%.
Anche il 2022 è un esempio “da manuale”, ma al ribasso. In quel caso l’S&P 500 è sceso del -1,9% nei primi cinque giorni e del -5,3% a gennaio. Più avanti nell’anno, l’indice è entrato in un bear market ciclico e alla fine ha chiuso con un rendimento di prezzo annuo del -19,4%.
Guardando ai dati di lungo periodo, i due indicatori mostrano una discreta capacità di “azzeccare” il segno dell’anno: circa il 71% di successo per il January Barometer e circa il 66% per i First Five Days dal 1928. Quando i primi cinque giorni dell’anno sono positivi, l’S&P 500 chiude l’anno in rialzo circa il 77% delle volte, con un rendimento medio dell’11,3%. Chi crede nella stagionalità potrebbe quindi leggere il +1,1% nei primi cinque giorni del 2026 come un segnale incoraggiante.
Ma è qui che entra in gioco la parte meno “magica” del racconto. Questi indicatori vanno maneggiati con cautela, perché una fetta importante della loro apparente affidabilità deriva da un fatto semplice: storicamente l’S&P 500 sale in circa due anni su tre. Quindi non è sorprendente che un gennaio forte finisca spesso per coincidere con un anno positivo: potrebbe essere più coincidenza che causa-effetto. Lo confermano anche le statistiche: dal 1928, il January Barometer (R² = 0,09) e i First Five Days (R² = 0,04) mostrano solo un potere esplicativo modesto sui rendimenti annui dell’S&P 500. In pratica, raccontano una parte molto piccola della storia.
Il mercato, nel lungo periodo, tende a rispondere più ai fondamentali che ai calendari. Crescita degli utili, condizioni di liquidità e quadro macroeconomico hanno avuto un ruolo nettamente più determinante nel guidare la direzione delle azioni rispetto ai segnali stagionali di gennaio.
In sintesi, il January Barometer e i First Five Days possono essere utili come termometro del sentiment e del posizionamento di inizio anno, ma non sono uno strumento affidabile per “prevedere” l’intero anno o per impostare una serie e rigorosa strategia di portafoglio. La strategia più solida resta quella di guardare a ciò che conta davvero: fondamentali, utili e contesto macro
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