Il punto sul mercato

Lo spread italiano รจ superiore a quello della Spagna e non tanto distante da quello della Grecia. Secondo Tognoli la sostenibilitร del debito italiano deve necessariamente passare attraverso una riforma complessiva dellโintera macchina burocratica, fiscale e tributaria che permetta di liberare risorse preziose per la crescita del paese.
Lโaumento dei tassi di interesse della BCE ha riportato in primo piano il problema del debito pubblico Italiano, vera palla al piede della nostra economia che non consente al paese di competere ad armi pari con gli altri paesi Europei e mondiali. La politica monetaria ultra accomodante degli ultimi anni e la sospensione del patto di stabilitร e crescita ha permesso di lavorare molto sulla sostenibilitร del debito: al 31 maggio scorso la vita media dei 2.285 miliardi di titoli emessi era pari a 7,1 anni con il 73% a tasso fisso (fonte MEF) e un costo nellโintorno del 2.5% che significa pagare circa 57 miliardi di interessi lโanno. Credo che ai livelli raggiunti (circa 150% del PIL) la credibilitร dellโItalia nel ripagare il debito, ovvero la sua sostenibilitร , debba necessariamente passare attraverso una riforma complessiva dellโintera macchina burocratica, fiscale e tributaria (se non ora quando?) che consenta di liberare risorse preziose per far crescere il paese. Altrimenti non si spiegherebbe come mai pur con un premier come Draghi, lo spread sia superiore a quello della Spagna e non tanto distante da quello della Grecia.
Ma cosa si intende per sostenibilitร del debito pubblico? Secondo la definizione del FMI, che condivido, il debito pubblico รจ sostenibile se uno Stato รจ in grado di far fronte alle proprie obbligazioni presenti e future senza dover richiedere assistenza finanziaria o incorrere in una situazione di default. Considerato che fino ad ora il Tesoro italiano ha sempre pagato puntualmente tutti i propri debiti, significa quindi che lโincertezza riguarda soltanto le scadenze future.
Un indicatore che รจ solitamente utilizzato per valutare la sostenibilitร di lungo periodo del debito pubblico รจ quello della spesa per interessi in rapporto al PIL. Nel caso italiano, allโinizio degli anni Novanta, la spesa per interessi pagati sul nostro debito rappresentava lโ11% circa del PIL, nonostante il rapporto debito/pil fosse decisamente inferiore a quello attuale. Attualmente, la spesa per interessi ammonta al 3,6% del PIL. Sempre negli anni โ90, gli interessi sul debito erano il 43% del gettito fiscale, mentre oggi questo valore รจ sceso al 14%.
In macroeconomia, per valutare la sostenibilitร del debito pubblico di un Paese si usa lโespressione โsnowball effectโ, ovvero la differenza tra il tasso di crescita nominale del PIL (dato dalla somma tra il tasso di crescita reale e il tasso dโinflazione) e il tasso dโinteresse implicito del debito, ovvero il rendimento medio. Per semplificare lโanalisi, alcuni economisti hanno formulato delle teorie che utilizzano implicitamente lo snowball effect. Una delle piรน quotate รจ quella della โstagnazione secolareโ, proposta nel 1938 dallโeconomista A. Hansen, la quale ipotizza lโassenza secolare, o di lungo periodo, di crescita dellโeconomia, dovuta a una assenza cronica della domanda. Secondo questa teoria, se lโeconomia si trova in una situazione di sottoccupazione secolare, la stagnazione fa in modo di evitare lโaumento dellโinflazione, contribuendo a tenere basso il livello di crescita nominale del PIL. Proprio lโassenza di inflazione consente alle banche centrali di mantenere i tassi dโinteresse permanentemente bassi, creando spazi per Io sviluppo di politiche di bilancio basate sulla spesa in deficit.
Con la fase inflazionistica in corso, tuttavia, lโipotesi di una crescita che possa avvenire a inflazione zero per un prolungato periodo di tempo pone delle obiezioni alla teoria stessa. Negli ultimi mesi, infatti, la fiammata sui prezzi, in particolare quella che sta riguardando i beni energetici, sta dimostrando che lโipotesi della bassa inflazione permanente รจ da mettere in discussione. Certamente, si potrebbe sostenere che un aumento dellโinflazione, a conti fatti, giova alla sostenibilitร del nostro debito pubblico, dal momento che gonfia il PIL nominale e riduce, di conseguenza, il rapporto Debito/PIL. Ma รจ altrettanto vero che quella che stiamo osservando รจ inflazione importata dallโestero e questo tipo di inflazione non fa bene allโeconomia perchรฉ riduce il potere dโacquisto di famiglie e imprese, costringendole a ridurre i loro consumi e gli investimenti e provocando, come effetto finale, una caduta del PIL. Lโeffetto netto potrebbe essere, quindi, negativo, e potrebbe mettere un freno alla ripresa in corso. Lโaumento dei tassi annunciato dalla Lagarde a luglio e gli ulteriori possibili a settembre non fanno altro che alimentare queste aspettative.
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