L’incertezza e la volatilità dei mercati sono al massimo, ma l’oro scende

Tra le crescenti preoccupazioni per la guerra e l’inflazione, ci saremmo aspettati che questo fosse il momento di massimo splendore per l’oro. Invece, la lucentezza del metallo giallo è sbiadita, con il prezzo crollato di circa il -16,0% dall’inizio del conflitto in Medio Oriente
A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM
Richiesta di sussidi settimanali alla disoccupazione USA in uscita oggi (stima 220k contro 210k della scorsa settimana).
PMI Manifatturiero dell’Europa di marzo, pari a 51,6 punti, in positiva crescita rispetto ai 50,8 punti di febbraio. In aumento risulta però la disoccupazione di febbraio (6,2% contro 6,1% di gennaio). Resta da vedere se la ripresa della manifattura di marzo possa aver beneficiato anche l’occupazione.
Serie di dati USA importanti per i mercati finanziari: maggiori delle attese gli occupati ADP di marzo (62k contro 41k attesi) e leggermente inferiori ai 63k di febbraio. Crescono le vendite al dettaglio MoM di febbraio (+0,6% contro -0,1% di gennaio). Tiene la manifattura: il PMI di marzo cresce a 52,3 punti (da 51,6 a febbraio) e cresce l’ISM (52,7 punti contro 52,4 di febbraio). I dati dimostrano una importante resilienza dell’economia. Da capire se gli effetti della guerra in Medio Oriente si siano già fatti concreti e in che misura.
Tra le crescenti preoccupazioni per la guerra e l’inflazione, ci saremmo aspettati che questo fosse il momento di massimo splendore per l’oro. Invece, la lucentezza del metallo giallo è sbiadita, con il prezzo crollato di circa il -16,0% dall’inizio del conflitto in Medio Oriente. Nelle ultime quattro settimane, l’oro si è mosso ampiamente in tandem con gli asset rischiosi, sfidando il suo ruolo convenzionale di copertura geopolitica. Questo movimento controintuitivo solleva una domanda: gli investitori dovrebbero essere meno rialzisti sui lingotti d’oro d'ora in avanti? La nostra opinione è che la recente dinamica dei prezzi riflette probabilmente effetti di posizionamento, il cambiamento delle aspettative sui tassi di interesse e le dinamiche del dollaro, piuttosto che un cambiamento nei fondamentali sottostanti dell’oro.
Non possiamo non porre attenzione al fatto che il ripiegamento dell’oro segue una corsa straordinaria. Sostenuti dagli elevati acquisti delle banche centrali e da un rinnovato entusiasmo dei piccoli risparmiatori, i prezzi dell’oro sono aumentati bruscamente dal 2022, superando la soglia dei 5.400 dollari l'oncia a gennaio. Storicamente, dopo grandi rally del prezzo di qualsiasi materia prima in un breve arco di tempo, tale commodity attraversa solitamente un periodo di consolidamento o di "digestione" dei guadagni anormalmente elevati.
Questo è proprio quello che sta accadendo con l'attuale flessione dei prezzi dell’oro. Inoltre, il posizionamento era diventato sempre più "tirato" sulla scia dello storico rally, portando probabilmente a prese di beneficio quando è prevalso il sentimento di avversione al rischio (risk-off) con l’inasprirsi del conflitto in Medio Oriente. La scelta di vendere oro per raccogliere liquidità potrebbe essere stata amplificata dai livelli esauriti di liquidità istituzionale a disposizione, che a gennaio erano scesi ai minimi storici.
Anche l’aumento dei rendimenti ha contribuito all’inversione di tendenza dell’oro. L'aumento dei prezzi dell’energia ha riacceso i timori sull’inflazione e, di conseguenza, ha alterato le prospettive della politica monetaria. Le aspettative di tagli dei tassi d’interesse sono state posticipate, con i fed funds futures che prezzano una possibilità non trascurabile che la prossima mossa della Fed possa potenzialmente essere un rialzo. Francamente non ne siamo convinti, ma sicuramente è comunque da mettere in conto. Rialzo che fino a prima della guerra Israele-USA-Iran era impensabile. Con l’aumento dei rendimenti reali, il costo opportunità di detenere attività che non generano cedole o interessi, come l’oro, è aumentato, riducendone l’attrattiva relativa rispetto alle alternative che generano reddito.
Il dollaro ha rappresentato un altro vento contrario. Dall’inizio del conflitto, il dollaro si è rafforzato poiché gli investitori si sono orientati verso le sue caratteristiche di "bene rifugio". Dato il ruolo storico dell’oro come mezzo di scambio e riserva di valore, esso è stato tradizionalmente visto come un’alternativa al dollaro e, negli ultimi decenni, ha teso a muoversi in modo inversamente proporzionale al valore del tasso di cambio della valuta statunitense.
A nostro parere, tuttavia, è improbabile che la recente debolezza dell'oro segni la fine delle forze strutturali che hanno sostenuto il metallo negli ultimi anni. Gli ingenti disavanzi fiscali rimangono infatti una fonte di preoccupazione, il dollaro riprenderà probabilmente la sua tendenza alla moderazione e le banche centrali hanno pochi incentivi per smettere di diversificare le proprie riserve.
Una volta che l'incertezza legata al conflitto in Medio Oriente inizierà a svanire, questi fattori trainanti della domanda sottostante dovrebbero riaffermarsi. In questo contesto, continuiamo a ritenere che l'oro continuerà a trovare posto come diversificatore strategico all'interno di portafogli ben bilanciati.
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