Iran, rally del petrolio dopo gli attacchi di Usa e Israele. Gli scenari per il Golfo Persico

02/03/2026 15:45
Iran, rally del petrolio dopo gli attacchi di Usa e Israele. Gli scenari per il Golfo Persico

Petrolio forte rialzo dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran, con il Brent che supera gli 82 dollari al barile prima di ridurre parzialmente i guadagni. I mercati energetici, dal greggio al GNL, restano esposti a rischi significativi legati allo Stretto di Hormuz, mentre i distillati medi e il gas europeo mostrano tensioni crescenti. In parallelo, l’oro rafforza il proprio ruolo di bene rifugio in un contesto di volatilità elevata e premio al rischio geopolitico in aumento.

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L'importanza del nodo Hormuz e i rischi di escalation

I prezzi del petrolio sono schizzati al rialzo dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran nel fine settimana. Come si legge nel report di Warren Patterson ed Ewa Manthey, economisti di ING, i mercati del petrolio e del GNL sono esposti a significativi rischi di approvvigionamento, in particolare nel Golfo Persico.

Non sorprende che i mercati petroliferi abbiano aperto in netto rialzo la mattina del 2 marzo, con l’ICE Brent che ha registrato un rialzo iniziale fino al 13%, superando gli 82 dollari al barile. Questo ha portato il mercato nel range atteso dopo gli sviluppi del fine settimana. Forse ancora più sorprendente è che il mercato abbia successivamente perso parte di questi guadagni, con un rialzo di circa il 6% al momento della stesura. Rimane infatti la speranza che si possa trovare una via d’uscita dall’escalation, alla luce delle notizie secondo cui il capo della sicurezza iraniana starebbe spingendo per una ripresa dei colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti.

Tuttavia, spiega ING, l’incertezza sull’evoluzione della situazione in Medio Oriente resta elevata. Le ritorsioni iraniane e gli attacchi ai vicini Stati del Golfo non fanno che aumentare i rischi per l’approvvigionamento energetico, lasciando la porta aperta a un’ulteriore escalation.

Particolare preoccupazione desta l’interruzione dei flussi di petrolio e GNL nello Stretto di Hormuz. I rapporti indicano che diverse navi sono state attaccate, rendendo molti spedizionieri riluttanti a navigare nello stretto a causa dei rischi. È evidente che, sottolinea ING, se tali interruzioni dovessero persistere, i prezzi potrebbero aumentare ulteriormente.

Sui mercati petroliferi, ING osserva anche un rafforzamento dei distillati medi. La raffinazione del gasolio ICE è balzata oltre i 30 dollari al barile, dai circa 27 dollari di venerdì, mentre si intensificano le preoccupazioni sui flussi di prodotti raffinati provenienti dal Golfo Persico. La regione esporta circa 6 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, un volume rilevante per l’equilibrio globale.

E non è l’unica criticità. Se i flussi di petrolio greggio dal Golfo Persico dovessero subire interruzioni prolungate, spiega ING, le raffinerie in altre regioni potrebbero essere costrette a ridurre i tassi di produzione, determinando un’ulteriore contrazione dei mercati dei raffinati.

Per quanto riguarda il gas, l’impatto reale si avrà sui prezzi del GNL in Europa e in Asia. Circa il 20% dell’offerta globale di GNL è a rischio, lasciando ampio margine di rialzo per i prezzi del gas in Europa. Come si legge nel report di ING, siamo verso la fine dell’inverno e le riserve sono piene solo al 30% o meno della capacità, elemento che rende il mercato particolarmente teso. In presenza di potenziali interruzioni dal Golfo Persico, potremmo assistere a una maggiore concorrenza tra Europa e Asia per le forniture alternative.

Sebbene la capacità di esportazione di GNL sia aumentata e sia destinata a crescere ulteriormente, in particolare dagli Stati Uniti, difficilmente eventuali mancati approvvigionamenti dal Golfo Persico verrebbero compensati in tempi brevi. Il rischio di tensioni prolungate resta quindi concreto secondo gli esporti di ING.

La risposta dei metalli metalli preziosi

L’escalation in Iran rafforza l’attrattiva dell’oro come bene rifugio. Oggi l’oro ha ripreso a salire in modo incisivo alla riapertura dei mercati dopo l’escalation del fine settimana tra Stati Uniti, Israele e Iran. Le rinnovate tensioni hanno iniettato, spiega ING, un nuovo premio al rischio geopolitico in un momento in cui il posizionamento degli investitori era già orientato al rialzo.

Questo rafforza il ruolo dell’oro come copertura privilegiata. L’andamento dei prezzi nel breve termine, secondo ING, è destinato a restare guidato dalle notizie e quindi caratterizzato da volatilità elevata.

Se prezzi del greggio più alti dovessero aumentare le aspettative di inflazione, mentre i rischi per la crescita restano orientati al rialzo, è probabile, secondo ING, che i rendimenti reali rimangano contenuti, sostenendo ulteriormente l’oro. Un dollaro più forte potrebbe tuttavia rallentare il ritmo dei guadagni.

Un eventuale ampliamento del conflitto ad altri Paesi della regione, o un’interruzione significativa delle forniture energetiche, sottolinea ING, stimolerebbe ulteriormente l’oro attraverso l’aumento dei prezzi del petrolio, l’incremento delle aspettative di inflazione e il contenimento dei rendimenti reali. Un’incertezza prolungata manterrebbe elevata la volatilità e la domanda di beni rifugio.

Al contrario, spiega ING, se le tensioni dovessero restare contenute e i flussi energetici non subissero ripercussioni rilevanti, l’iniziale avversione al rischio potrebbe attenuarsi insieme al premio al rischio incorporato nel petrolio.

Come concludono Patterson e Manthey, questo scenario rafforza, più che modificare, la narrativa strutturale sull’oro. Gli acquisti da parte delle banche centrali restano solidi e le aspettative di un allentamento delle politiche monetarie entro la fine dell’anno continuano a sostenere il mercato. Anche in caso di stabilizzazione delle tensioni, questi fattori suggeriscono che il ribasso dovrebbe restare limitato, con eventuali correzioni di entità contenuta piuttosto che un’inversione strutturale di tendenza.

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