Iran-USA, petrolio oltre $100: oro crolla del 2%, mercati in tensione

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran torna a dominare i mercati globali: il petrolio WTI balza a 92,95 dollari (+2,9%) e il Brent supera i 104 dollari al barile, mentre l'oro affonda del 2,1% a 4.452 dollari l'oncia e l'argento cede oltre il 4,5%. Il CEO di BlackRock Larry Fink lancia l'allarme: un petrolio a 150 dollari porterebbe l'economia globale in recessione. L'S&P 500 cede lo 0,4%, ma Eni guadagna l'1,2% a Milano trainata dal rialzo del greggio.
Indice dei contenuti
- 1. Iran respinge la proposta USA: petrolio torna a salire
- 2. Fink (BlackRock): «Petrolio a $150 causerebbe una recessione stark and steep»
- 3. Oro e argento crollano: la liquidità batte il safe haven
- 4. Mercati azionari sotto pressione, Eni brilla a Milano
- 5. Implicazioni per gli investitori: volatilità e attesa del deadline di Trump
Iran respinge la proposta USA: petrolio torna a salire
Le speranze di una rapida risoluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran si sono ulteriormente assottigliate nella giornata di giovedì 26 marzo, dopo che Teheran ha respinto la proposta di pace in 15 punti avanzata da Washington. Il presidente Donald Trump ha avvertito l'Iran di «fare sul serio prima che sia troppo tardi», alimentando la tensione sui mercati delle materie prime energetiche.
Il petrolio WTI è balzato a 92,95 dollari al barile (+2,91%), con un picco intraday a 94,84 dollari, mentre il Brent ha superato i 104 dollari (+2%), ai massimi delle ultime settimane. Gli analisti sottolineano come il mercato del greggio sia oggi guidato prevalentemente da variabili geopolitiche piuttosto che dai fondamentali dell'offerta e della domanda:
- Il rischio di interruzioni alle forniture dal Golfo Persico rimane elevato
- Il corridoio dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è sotto pressione
- L'OPEC+ non ha ancora segnalato intenzione di aumentare la produzione per compensare
Fink (BlackRock): «Petrolio a $150 causerebbe una recessione stark and steep»
Il monito più pesante della giornata arriva dal CEO di BlackRock, Larry Fink, il più grande gestore patrimoniale al mondo con oltre 10.000 miliardi di dollari in gestione. In un'intervista alla BBC, Fink ha dichiarato che un prolungamento del conflitto con l'Iran potrebbe mantenere il petrolio a livelli elevatissimi per anni, con conseguenze devastanti per l'economia globale.
«Un petrolio a 150 dollari al barile porterebbe a una recessione netta e profonda», ha avvertito Fink, usando le parole «stark and steep» per descrivere la gravità dello scenario. Il banchiere ha aggiunto che la fiducia degli investitori istituzionali è già in calo, con un movimento verso la liquidità simile a quello osservato nel 2022 durante lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina. Secondo una nota di JPMorgan, gli investitori stanno «abbandonando azioni, obbligazioni e oro» per tornare alla liquidità, in un pattern tipico dei periodi di massima incertezza.
Oro e argento crollano: la liquidità batte il safe haven
Paradossalmente, la crescente tensione geopolitica non sta sostenendo l'oro come rifugio sicuro, ma ne sta accelerando il calo. I futures sull'oro (GC) sono scesi del 2,14% a 4.452 dollari l'oncia, dopo aver toccato un minimo intraday a 4.409 dollari, allontanandosi ulteriormente dal picco storico di 4.687 dollari raggiunto il 20 marzo.
L'argento ha subito un colpo ancora più duro, cedendo il 4,55% a 69,33 dollari l'oncia, con un minimo a 67,07 dollari. La spiegazione risiede nel fenomeno già osservato in passato: quando la crisi diventa sistemica, gli investitori vendono tutto — compreso l'oro — per fare cassa e ridurre l'esposizione al rischio. Barclays, tuttavia, vede nella correzione un'opportunità: il suo strategist Ajay Rajadhyaksha ha scritto in una nota che «questo rappresenta un ragionevole punto di ingresso» per l'oro, citando i fondamentali strutturalmente solidi del metallo giallo nel medio termine.
Mercati azionari sotto pressione, Eni brilla a Milano
L'incertezza geopolitica pesa sull'azionario globale: l'S&P 500 cede lo 0,38% a 6.567 punti, con il Dow Jones in calo dello 0,5% e il Nasdaq che arretra di circa lo 0,9%. I futures sul Nasdaq 100 segnavano -268 punti in pre-market, riflettendo la risk-off dominante.
In controtendenza, il settore energetico beneficia del rialzo del greggio. A Piazza Affari, Eni guadagna il +1,23% a 23,47 euro, con volumi sostenuti a oltre 6,3 milioni di azioni scambiate. La major italiana dell'energia è tra i pochi titoli in verde nel panorama europeo, trainata direttamente dal rialzo del Brent che migliora le prospettive di margine delle sue operazioni upstream. Anche le grandi compagnie petrolifere internazionali come Chevron ed ExxonMobil registrano performance positive nella sessione americana.
Implicazioni per gli investitori: volatilità e attesa del deadline di Trump
Il mercato è ora in attesa del deadline imposto da Trump all'Iran per rispondere alla proposta di pace, la cui scadenza non è stata ancora resa pubblica ufficialmente. Ogni sviluppo nelle prossime ore potrebbe generare forti oscillazioni su:
- Petrolio e derivati energetici: un accordo farebbe crollare i prezzi, un'escalation militare li spingerebbe verso i 110-120 dollari
- Oro: potrebbe rimbalzare rapidamente se il risk-off si intensifica, oppure continuare la correzione in caso di de-escalation
- Titoli energetici (Eni, TotalEnergies, BP): beneficiano nel breve ma sono vulnerabili a un'inversione rapida
- Mercati azionari: i rendimenti dei Treasury USA sono risaliti, creando un doppio vento contrario per le azioni
Per gli investitori retail italiani, la situazione consiglia prudenza sull'esposizione ai mercati azionari a breve termine, mentre i titoli energetici come Eni rappresentano una copertura naturale contro l'inflazione da petrolio. L'oro, nonostante la correzione odierna, mantiene un appeal strutturale come protezione nel medio periodo, in attesa di chiarezza sul fronte geopolitico.
La Finestra sui Mercati
Tutte le mattine la newsletter con le idee di investimento!
