Italia, anello debole d'Europa? Sì, ma con 3 attenuanti


Ieri il Financial Times ha lanciato l’allarme sull’Italia visto l’aumento delle emissioni di titoli attese nel 2023. Non è una novità che l’Italia sia l’anello debole dell’Europa, tuttavia Tognoli evidenzia almeno tre risultati importanti che sono stati raggiunti negli ultimi anni. La vita media del debito e il suo costo sono sotto controllo, lo scudo anti spread è operativo e gli investimenti del PNRR sono partiti.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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PMI composito dell’Europa di dicembre in uscita alle 10:00 (stima 48,8 punti contro 47,8 di novembre). Se il dato fosse corretto, confermerebbe anche in dicembre la ripresa dell’attività economica nella zona euro. Alle 16:00 è il turno dell’ISM manifatturiero di dicembre degli USA (stima 48,5 punti contro 49 di novembre). Se le attese fossero corrette, confermerebbero la riduzione dell’attività manifatturiera USA in dicembre, al contrario dell’Europa.

Ieri il dato preliminare di dicembre dell’inflazione YoY della Germania è risultato minore delle aspettative (8,6% contro 9,1% atteso), a conferma degli attesi effetti sui consumi e sui costi dell’agire congiunto della BCE (sui tassi di interesse) e dei governi (sui costi dell’energia). Sulla base dei risultati finora disponibili, Destatis (l’ufficio di statistica federale tedesco) stima che il tasso medio annuo di inflazione per il 2022 dovrebbe attestarsi al +7,9%. Il dato lascia ben sperare sulla flessione dell’inflazione anche per l’Eurozona.

I mercati azionari l’hanno presa bene, mettendo a segno un’ulteriore performance positiva dopo quella del 2 gennaio, prima seduta dell’anno.

Abbiamo tuttavia notato un aumento di volatilità, misurata dall’indice VIX cresciuto dell’8% circa a 23,4, probabilmente per effetto delle attese della disoccupazione USA di dicembre (che sarà resa nota venerdì 6 gennaio), prevista invariata rispetto al 3,7% di novembre.

Sempre ieri il Financial Times ha riportato il risultato di un’intervista ad alcuni economisti relativamente alla sostenibilità del debito Italiano alla luce dell’ulteriore stretta monetaria che la BCE ha prospettato.

A dare il via alla revisione del rischio Italia ha contribuito, poco prima di Natale, il nuovo programma di emissioni del Tesoro che ha portato da 278 a circa 320 miliardi di euro la quantità di bond che il Mef emetterà nel corso del 2023. Circa 90 sono i miliardi del fabbisogno statale e 260 circa i bond (al netto dei Bot, circa 140 miliardi nel 2022) che andranno in scadenza il prossimo anno. La palla al piede del debito circolante, 2.290 miliardi di euro, è pesante ed è inevitabile che la politica monetaria restrittiva della BCE andrà ad influenzarne il costo.

Non è una novità che l’Italia già prima della pandemia fosse l’anello debole dell’Europa. E probabilmente continuerà ad esserlo ancora per un po’ di tempo. Ci sono però almeno tre risultati importanti che sono stati raggiunti negli ultimi anni.

Il primo è che il lavoro dei Governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni non ha mai perso di vista l’obiettivo di allungare la vita media del debito e ridurne il suo costo, tanto che a fine dicembre la vita media risultava di 7,04 anni e il costo medio 1,32% (fonte MEF).

Il secondo risultato è che grazie all’Europa, esiste uno scudo anti spread pronto ad agire se la politica monetaria dovesse allargare gli spread tra i diversi paesi europei (così almeno ha detto la Lagarde).

Il terzo, è che è operativo un ingente piano di investimenti Europei per circa 750 miliardi di euro (NGeu) che ha destinato all’Italia oltre 190 miliardi di euro (PNRR) che saranno investiti nei prossimi due/tre anni e che sono attesi portare il rapporto debito/PIL a livelli compatibili con una crescita economica di lungo periodo basata più sulla produttività che sul debito. Per chi ancora non l’avesse capito, è il new deal Italiano.

Per tutti questi motivi non siamo preoccupati più di tanto sulla sostenibilità del debito pubblico Italiano. Siamo comunque vigili. Il che significa monitorare il lavoro del Governo sia sul numeratore (il debito appunto) che sul denominatore (il PIL) e liberare così importanti risorse per consentire una crescita della ricchezza del Paese.

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