Italia: l’inflazione non è sparita, si sposta e cambia volto

23/01/2026 12:30
Italia: l’inflazione non è sparita, si sposta e cambia volto

In Italia l’inflazione rallenta a dicembre e si ferma all’1,2%, un dato che a prima vista potrebbe far pensare a una normalizzazione ormai compiuta. Sotto la superficie, però, il 2025 racconta tutt’altro: non è stato l’anno della fine del carovita, ma l’anno in cui l’inflazione si è spostata. Dall’energia e da alcune componenti tecnologiche, la pressione si è trasferita verso servizi con domanda rigida e beni “simbolici”, dove il consumatore ha poca capacità di adattamento.

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L’inflazione non è sparita, si è spostata

Se ci fermassimo alla superficie, guardando quel timido 1,2% di inflazione generale registrato a dicembre 2025, in linea con le stime preliminari, potremmo cadere nella tentazione di archiviare la pratica del carovita come un ricordo del passato. Ma, come si legge nel report di Gabriel Debach, market analyst di eToro, il punto è un altro: il 2025 non è stato l’anno della normalizzazione dei prezzi, è stato l’anno della loro ricomposizione. L’inflazione, in questa lettura, non scompare: cambia indirizzo. Esce dall’energia e dalla tecnologia ed entra nei servizi a domanda rigida, nei beni ad alto valore simbolico, nelle voci dove il consumatore ha meno margine di manovra.

La classifica dei rincari annuali viene presentata come una fotografia senza ambiguità. In testa c’è la gioielleria con un +26,4% su base annua, un aumento che Debach lega alla trasmissione diretta dei rialzi di oro e argento sui prezzi finali. Il gioiello incorpora il valore del metallo e, in un contesto di incertezza, anche una funzione di protezione del valore. Subito dopo arrivano cacao e cioccolato in polvere (+20,5%) e caffè (+17,5%). Qui il segnale, secondo Debach, è ancora più rilevante: anche a fronte di una correzione del -52% del cacao sui mercati finanziari, i prezzi al consumo non scendono. È la prova di una vischiosità verso il basso: i listini assorbono i rincari ma non restituiscono i benefici.

Debach propone un’interpretazione netta: non è più solo inflazione da costi, è inflazione da struttura dei margini. È vero, si può ipotizzare che i produttori abbiano acquistato materia prima mesi fa a prezzi record o siano coperti da contratti di hedging di lungo periodo, e quindi l’effetto del ribasso possa arrivare sugli scaffali con ritardo. Ma il punto resta: il meccanismo di discesa è più lento e selettivo di quanto suggeriscano i movimenti delle commodity.

La stessa logica, secondo Debach, si osserva nei servizi. I voli nazionali chiudono il 2025 a +15,1% a/a e dicembre diventa emblematico: i voli intercontinentali segnano un +51,6% m/m e i nazionali un +41,9%. Nei momenti di picco la domanda diventa quasi insensibile al prezzo. Debach non lo legge come semplice stagionalità: è pricing power. Ed è una dinamica che rende l’inflazione più persistente di quanto non dica l’indice generale.

Il freno energetico e la deflazione “selettiva” della tecnologia

Sul fronte opposto del paniere, il contributo disinflattivo è netto. Il gas nel mercato tutelato a -18% e il gas naturale a -11,2% sono indicati da Debach come il vero freno dell’inflazione headline. Senza questo “dividendo energetico”, il dato complessivo sarebbe stato più elevato. La tecnologia completa il quadro, con gli smartphone a -13,8%, definita una deflazione competitiva che però non è uniforme.

Debach sottolinea che la discesa dei prezzi riguarda soprattutto i modelli medio-bassi, mentre i prezzi degli iPhone, per fare un esempio, restano sostanzialmente stabili o in rialzo. È una dimostrazione di segmentazione anche nella deflazione tecnologica, dove brand e posizionamento continuano a esercitare potere di prezzo. Anche nell’alimentare emergono segnali selettivi di sollievo: olio d’oliva a -15,6% e frutti a bacca a -16,6% mostrano che, dove l’offerta si ricompone, i prezzi possono effettivamente scendere.

Il diario del 2025, l’inflazione cambia bersaglio

Il diario del 2025, mese su mese, viene indicato da Debach come fondamentale per capire la dinamica. L’anno si apre a gennaio con uno shock energetico residuo: l’elettricità nel mercato tutelato balza del +19,6% in un mese, una doccia fredda post-natalizia, accompagnata da un rincaro inatteso dei giochi elettronici (+10,6% m/m). Febbraio conferma alcune stagionalità consolidate, come i fiori (+3,8% m/m), ma a colpire, secondo Debach, è soprattutto il rincaro delle sigarette (+3,1% m/m), il più elevato dai dati disponibili da aprile 2016. Un segnale che i “vizi” restano una leva fiscale e inflattiva strutturale.

Con la primavera, la pressione si sposta sulla mobilità. A marzo i voli nazionali segnano un +16% m/m in vista delle festività pasquali. Ma è aprile, nella ricostruzione di Debach, il mese della vera fiammata: voli internazionali oltre +30% m/m e voli europei a +34%. Il messaggio è chiaro: la propensione al viaggio domina su qualsiasi logica di risparmio, anche con un’inflazione percepita ancora alta.

L’estate concentra i rincari su voci specifiche e stagionali. A maggio esplodono i prezzi della frutta estiva, con le pesche a +31,6% m/m. A luglio i pacchetti vacanza nazionali segnano +16,1%, con gli italiani disposti ad accettare aumenti significativi pur di non rinunciare alle ferie. Agosto conferma il trend, con il trasporto marittimo che vola al +30% m/m. Debach insiste sulla natura mirata di questi aumenti: non sono generalizzati, colpiscono esattamente le voci che concentrano la spesa nei mesi di punta.

L’autunno introduce una fase di apparente normalizzazione, ma non priva di rigidità. A settembre emergono rincari tecnici su servizi specifici e soprattutto sui libri scolastici (+2,4% m/m), il terzo aumento mensile più elevato dopo settembre 2023 e 2024. Ottobre e novembre mostrano relativa calma, interrotta da rincari stagionali su prodotti specifici come le arance, che a novembre segnano +16%, una dinamica ricorrente.

Il gran finale, per Debach, arriva a dicembre. Quando l’anno sembrava chiudersi in rallentamento, i voli intercontinentali registrano un’esplosione mensile del +51,6%, accompagnati dal +41,9% dei nazionali. È la “tassa di Natale” su chi vuole tornare a casa o partire e la conferma che nei momenti di picco la domanda diventa insensibile al prezzo.

Alimentare “vischioso” e un 2026 più delicato per i rincari amministrati

È proprio questa vischiosità selettiva, soprattutto sull’alimentare, che spiega la recente mossa dell’Antitrust sulla GDO. Debach sostiene che l’indagine non sia un fulmine a ciel sereno, ma la certificazione tardiva di un’anomalia che i dati mostrano da quattro anni. Dal 2021 a oggi, l’inflazione alimentare cumulata avrebbe raggiunto +24,9%, quasi 8 punti percentuali in più rispetto all’inflazione generale. I costi di produzione, a partire dall’energia, sono scesi, ma i prezzi dei prodotti trasformati non hanno seguito la stessa traiettoria: i margini non si sono ricompressi. L’Antitrust, spiega Debach, sta andando a guardare le carte di un gioco che il consumatore aveva già capito scontrino alla mano.

Questo rende il passaggio al 2026 particolarmente delicato. Non perché l’inflazione debba tornare a correre, ma perché cambia natura. Il nuovo anno si apre sotto il segno dei rincari amministrati: pedaggi autostradali, riallineamento delle accise sul gasolio, tassazione sulle polizze accessorie auto, tassa da 2 euro sui pacchi extra-UE sotto i 150 euro, sigarette più care. Il conto complessivo, si legge nella nota di eToro, circa 670 euro in più a famiglia stimati, nasce dalla somma di micro-interventi su voci incomprimibili. È un’inflazione che non si può evitare cambiando marca o rinviando un acquisto: meno visibile nei grafici, più presente nella quotidianità.

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