L’arma finanziaria che l’Europa non può usare contro Trump

L’arma finanziaria che l’Europa non può usare contro Trump

Oltre 10 mila miliardi di dollari di asset USA in mano agli investitori europei rappresentano in teoria una potente leva contro le politiche di Donald Trump. Ecco perché la “weaponization of capitals” resta un tabù.

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Scenario geopolitico al di là dell’immaginabile

L’ennesima minaccia di Donald Trump di imporre nuovi dazi contro l’Europa — questa volta legata allo scontro diplomatico sulla sovranità della Groenlandia — ha riacceso una domanda che circola sempre più spesso nei mercati: perché l’Unione europea non utilizza la sua enorme potenza finanziaria per contrastare le politiche americane?

Una domanda che ne porta con sé un’altra, ancora più delicata: l’Europa potrebbe davvero arrivare a utilizzare i capitali e le risorse finanziarie come un’arma, ipotizzando la vendita di asset statunitensi come strumento di pressione politica?

Per ora la risposta resta negativa. Ma il semplice fatto che il tema venga discusso apertamente da grandi banche d’affari segnala quanto lo scenario geopolitico stia cambiando.

Un’Europa potentissima sulla carta

I numeri raccontano una realtà impressionante. Secondo i dati del Tesoro statunitense, gli investitori europei detengono oltre 10.000 miliardi di dollari di asset USA, tra azioni e obbligazioni. Se si includono Regno Unito e Norvegia, il peso sale ulteriormente.

I Paesi europei possiedono circa il 40% dei Treasury detenuti da investitori esteri, una quota che rende gli Stati Uniti fortemente dipendenti dal capitale straniero per finanziare i propri deficit gemelli: commerciale e fiscale.

In teoria, una vendita coordinata di questi asset potrebbe far salire i rendimenti dei Treasury, indebolire Wall Street e mettere pressione sul dollaro. In pratica, però, la questione è molto più complessa.

Chi è disposto a soffrire finanziariamente per ragioni politiche?

Il primo limite è istituzionale. La gran parte degli asset americani detenuti in Europa non è nelle mani dei governi, ma di fondi pensione, assicurazioni, gestori e investitori privati. Bruxelles non ha alcun potere diretto per imporre vendite forzate.

Il secondo ostacolo è finanziario. Un’azione di questo tipo danneggerebbe prima di tutto gli stessi investitori europei, che subirebbero perdite su portafogli costruiti negli anni proprio sulla forza dei mercati USA.

Come ha sintetizzato Kit Juckes di Société Générale, la vulnerabilità americana esiste, ma può diventare reale solo se gli investitori stranieri accettano di “soffrire finanziariamente” per ragioni politiche.

Una soglia che, finora, nessuno immagina di oltrepassare.

Il mercato inizia però a temere l’escalation

Il tema non è teorico. Perché la nuova e violenta aggressività dell’amministrazione Usa nei confronti dell’Europa arriva in un momento in cui i mercati sono molto vulnerabili.

Secondo l’ultimo sondaggio mensile di Bank of America, condotto nei giorni di gennaio immediatamente precedenti l’escalation sulla Groenlandia, il sentiment sui mercati è al livello più rialzista degli ultimi quattro anni. I gestori mostrano l’ottimismo più elevato dal 2021, con liquidità ai minimi storici e una quota record di portafogli sovrappesati sull’azionario. Al Survey di Bank of America hanno partecipato 196 investitori per un patrimonio gestito complessivo di 575 miliardi di dollari. Quasi la metà dei partecipanti ha dichiarato di non avere alcuna copertura contro un forte ribasso dei mercati.

L’improvvisa escalation geopolitica ha così colto molti di sorpresa, riaccendendo la volatilità sulle Borse europee, sui future USA e sul dollaro, mentre tornano a salire oro, franco svizzero ed euro.

Non a caso, per la prima volta dal 2024, i conflitti geopolitici sono tornati a essere indicati come il principale rischio per i mercati finanziari globali.

L’arma finanziaria come “ultima ratio”

Alcuni strategist, come George Saravelos di Deutsche Bank, parlano ormai apertamente di “weaponization of capital”. Un’espressione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata estrema, ma che oggi entra nel lessico dei mercati.

La leva esiste. Ma il suo utilizzo sembra al momento fantafinanza: rappresenterebbe un salto di qualità drammatico, dal conflitto commerciale a un vero scontro finanziario tra alleati occidentali.

Le istituzioni europee potrebbero accettare di colpire i propri investitori solo in presenza di uno scenario percepito come esistenziale: una minaccia diretta alla sicurezza, all’integrità territoriale o alla stabilità dell’Unione.

Ma il fatto stesso che i mercati inizino a prezzare questa possibilità come un possibile rischio (anche se estremo) segnala che l’ordine economico globale sta cambiando. E che l’arma finanziaria europea, anche se inutilizzata, non è più solo teorica.

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