Lavoro, perché l’AI non spiega il rallentamento delle assunzioni a livello globale

Negli ultimi mesi si è diffusa l’idea che l'AI stia già sostituendo lavoratori su larga scala e contribuendo al rallentamento delle assunzioni globali. Tuttavia, i dati su produttività, mercato del lavoro e dinamiche occupazionali suggeriscono una realtà più complessa. Il rallentamento dell’occupazione sembra infatti derivare soprattutto da fattori macroeconomici, politiche economiche e cambiamenti strutturali nei mercati globali piuttosto che da un impatto diretto dell’AI.
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Il mito dell’intelligenza artificiale che sostituisce i lavoratori
Negli ultimi mesi si è diffusa una narrativa sempre più dominante: l’intelligenza artificiale (AI) starebbe già sostituendo lavoratori su larga scala, contribuendo al rallentamento delle assunzioni globali e preparando il terreno a una nuova fase di disinflazione che potrebbe spingere le banche centrali a tagliare i tassi.
Come si legge nel report di George Brown, Senior US Economist di Schroders, questa interpretazione rischia però di essere una lettura fuorviante della realtà economica attuale. Mercati finanziari, Fed e commentatori economici sembrano infatti sempre più convinti che l’AI stia già riducendo l’occupazione, ma le evidenze empiriche non supportano ancora questa conclusione.
Come osserva Brown, è possibile che l’intelligenza artificiale produca effetti più significativi sul mercato del lavoro in futuro. Tuttavia, tagliare i tassi oggi basandosi sull’idea che l’AI genererà disinflazione appare più una scommessa che una strategia di politica monetaria prudente, soprattutto alla luce delle tensioni geopolitiche e delle incertezze economiche globali.
Un elemento spesso citato a sostegno della narrativa dell’automazione riguarda la crescente presenza dell’AI negli annunci di lavoro. I dati della piattaforma di recruiting Indeed.com mostrano che la quota di offerte di lavoro che menzionano competenze legate all’AI è aumentata costantemente dopo il lancio di ChatGPT.
Secondo Brown, però, la correlazione non equivale a causalità. Il fatto che l’AI venga citata sempre più spesso nelle offerte di lavoro non significa automaticamente che stia sostituendo lavoratori o riducendo la creazione di nuovi posti.
Se l’AI stesse davvero rimpiazzando un numero significativo di lavoratori, ci si dovrebbe aspettare un forte aumento della produttività del lavoro. Tuttavia, osservando i dati delle principali economie avanzate, emerge un quadro diverso.
Nei paesi del G6 non si è registrata un’accelerazione evidente della produttività, un dato che, secondo Brown, suggerisce che l’impatto dell’AI sui mercati del lavoro globali sia stato finora limitato.
L’unica eccezione potenziale potrebbe essere rappresentata dagli Stati Uniti. I dati sulla produttività americana mostrano infatti segnali più robusti rispetto ad altre economie sviluppate. Secondo Brown, questa dinamica lascia aperta la possibilità che l’AI possa avere un impatto più significativo sull’economia statunitense, anche se le prove restano ancora parziali (vedi la riga superiore nel grafico sottostante).
La produttività dei paesi del G6 è incompatibile con la sostituzione dell'intelligenza artificiale
Fonte: OECD, Schroders Economics Group. 25 febbraio 2026
Il rallentamento dell’occupazione ha cause più profonde
Un altro argomento spesso citato riguarda l’aumento dei licenziamenti legati all'AI. Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti negli annunci di licenziamento, circa il 5% dei tagli di personale nel 2025 menziona esplicitamente l’AI.
Tuttavia, evidenzia Brown, questi casi risultano fortemente concentrati nel settore tecnologico, un comparto che negli ultimi anni ha registrato forti cambiamenti strutturali.
Negli ultimi cinque anni, gli investimenti in hardware e software sono aumentati dell’1,7% del Pil reale, riflettendo la forte spinta verso la digitalizzazione e l’AI. Allo stesso tempo, l’occupazione nel settore tecnologico ha raggiunto il suo picco subito dopo il lancio di ChatGPT.
Questo dato potrebbe suggerire un legame diretto tra AI e riduzione dell’occupazione tecnologica. Tuttavia, secondo Brown, esistono fattori alternativi molto più plausibili.
Durante la pandemia, molte aziende tecnologiche avevano infatti avviato massicce campagne di assunzione, spesso superiori alle reali esigenze di lungo periodo. Questo eccesso di reclutamento è stato successivamente corretto.
Inoltre, il forte aumento dei tassi di interesse dopo la pandemia ha colpito duramente il settore tecnologico, riducendo gli investimenti e costringendo molte aziende a ridimensionare gli organici.
Nel complesso, osserva Brown, il calo dell’occupazione nel settore tecnologico rappresenta solo una piccola parte del rallentamento del mercato del lavoro statunitense. Nel 2024 il comparto ha perso circa 75.000 posti di lavoro, una cifra relativamente modesta se confrontata con le dinamiche dell’intera economia.
Nel 2025, infatti, le nuove assunzioni negli Stati Uniti sono state circa 600.000, un numero molto inferiore rispetto ai 5,5 milioni di posti creati nel 2022. Secondo Brown, questo crollo nella creazione di posti di lavoro non può essere spiegato soltanto dall’AI.
Anche osservando la distribuzione dei lavori più esposti all’automazione emergono risultati interessanti. Un’analisi bottom-up dell’esposizione professionale all’AI mostra che dal 2022 non si è registrata alcuna differenza significativa tra le professioni più vulnerabili all’automazione e quelle meno esposte.
Questo dato suggerisce che, spiega Brown, l’AI non sta ancora ridisegnando in modo sistematico la struttura occupazionale, almeno nel breve periodo.
I lavori vulnerabili all'intelligenza artificiale sembra non siano stati intaccati
Fonte: Yale Budget Lab, Bureau of Labor Statistics, Schroders Economics Group. 25 febbraio 2026
Un’altra teoria diffusa sostiene che le aziende abbiano smesso di assumere personale junior perché molte attività di base possono essere svolte dall’AI. Tuttavia, anche in questo caso i dati non confermano questa ipotesi.
Come evidenzia Brown, il tasso di disoccupazione giovanile non mostra deviazioni strutturali rispetto a quello della popolazione in età lavorativa, segno che la domanda di lavoro entry-level non è stata significativamente colpita dall’automazione.
Secondo Brown, il rallentamento globale delle assunzioni può essere spiegato molto meglio da una combinazione di fattori macroeconomici e geopolitici.
Tra questi spicca l’incertezza legata ai dazi commerciali, che ha probabilmente frenato le decisioni di assunzione in numerose economie avanzate. A questo si aggiungono fattori specifici di singoli Paesi.
Nel Regno Unito, ad esempio, gli aumenti del salario minimo e dei contributi previdenziali a carico delle imprese hanno aumentato i costi del lavoro. In Germania, invece, la crescente concorrenza dell’industria automobilistica cinese ha esercitato forti pressioni sui settori industriali.
La crescita delle esportazioni di auto cinesi è stata infatti tale da superare quelle combinate di Germania e Giappone, un cambiamento strutturale che sta ridisegnando l’equilibrio dell’industria globale.
Le esportazioni cinesi di auto ora superano quelle di Germania e Giappone insieme
Fonte: Macrobond, Schroders Economics Group. 25 febbraio 2026
Negli Stati Uniti, puntualizza Brown, le politiche migratorie più restrittive hanno ridotto l’offerta di lavoro, contribuendo al rallentamento della crescita dell’occupazione. Una ricerca della Fed suggerisce infatti che il rallentamento dell’occupazione dal 2022 sia dovuto soprattutto a una minore offerta di lavoratori, più che a una riduzione della domanda di lavoro.
Questo elemento, spiega Brown, potrebbe avere implicazioni importanti per l’inflazione. Se la domanda di lavoro dovesse tornare a crescere mentre l’offerta rimane limitata, le pressioni salariali potrebbero intensificarsi.
In teoria, questo scenario suggerirebbe rischi inflazionistici orientati al rialzo. Tuttavia, alcuni economisti sostengono che un boom di produttività guidato dall’intelligenza artificiale potrebbe compensare queste pressioni.
Il presunto futuro presidente della Fed Kevin Warsh ha recentemente sostenuto che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi nel mezzo di un boom di produttività legato all’AI, il che aprirebbe spazio a un allentamento della politica monetaria.
Secondo Brown, però, le evidenze disponibili non indicano ancora l’esistenza di questo boom. I dati sul mercato del lavoro e sulla produttività dal 2022 suggeriscono che l’impatto dell’intelligenza artificiale sia ancora limitato.
Per questo motivo, precisa Brown, tagliare i tassi sulla base di una disinflazione futura legata all’AI significherebbe scommettere su una tecnologia il cui impatto economico non è ancora pienamente visibile.
Se i policymaker statunitensi dovessero allentare prematuramente la politica monetaria basandosi su questa ipotesi, il rischio sarebbe una nuova accelerazione delle pressioni inflazionistiche.
In uno scenario simile, evidenzia Brown, la curva dei rendimenti potrebbe diventare più ripida, con un aumento dei tassi a breve termine accompagnato da vendite sui titoli a lunga scadenza. Anche i break-even inflazionistici potrebbero salire, man mano che le aspettative di inflazione si consolidano.
In altre parole, conclude Brown, l’AI potrebbe trasformare profondamente l’economia nel lungo periodo, ma al momento non rappresenta ancora la causa principale del rallentamento delle assunzioni globali.
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