Lavoro Usa in frenata: a febbraio persi 92 mila posti di lavoro, disoccupazione al 4,4%

Il mercato del lavoro statunitense mostra segnali di indebolimento più marcati del previsto. Il report sui Non Farm Payrolls di febbraio evidenzia una contrazione dell’occupazione e un aumento del tasso di disoccupazione, rafforzando i timori su un rallentamento dell’economia americana. Il dato arriva in un momento già delicato per la Fed, chiamata a bilanciare il raffreddamento del mercato del lavoro con i nuovi rischi inflazionistici legati alle tensioni geopolitiche e al rialzo dei prezzi energetici.
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Un report sul lavoro peggiore delle attese
Il mercato del lavoro statunitense ha registrato una battuta d’arresto nel mese di febbraio. Secondo i dati diffusi dall’US Bureau of Labor Statistics, nei settori non agricoli si è verificata una perdita di 92 mila posti di lavoro, un risultato nettamente peggiore rispetto alle aspettative degli analisti, che indicavano invece una crescita di circa 60 mila unità.
Anche il tasso di disoccupazione ha mostrato un lieve peggioramento, salendo al 4,4% contro attese pari al 4,3%. Il quadro complessivo appare ancora più debole alla luce delle revisioni negative sui mesi precedenti.
Come si legge nella nota a cura di Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, il report ha evidenziato tagli complessivi per 69 mila posti di lavoro nelle revisioni storiche. In particolare, il dato di dicembre è stato rivisto al ribasso di 65 mila unità, passando da una crescita di 48 mila posti a una contrazione di 17 mila. Anche il dato di gennaio è stato ridotto, seppur marginalmente, da 130 mila a 126 mila nuovi occupati.
Un ulteriore segnale di debolezza arriva dal tasso di partecipazione alla forza lavoro, che si è attestato al 62%, indicando secondo Diodovich un contesto coerente con un rallentamento piuttosto brusco del mercato del lavoro statunitense.
La Fed tra crescita debole e inflazione
Il report di febbraio sui Non Farm Payrolls segnala una frenata evidente nella dinamica occupazionale americana. Come si legge nel report di IG Italia, il calo dei nuovi posti di lavoro e il lieve aumento della disoccupazione contribuiscono a indebolire il quadro macroeconomico, rafforzando l’idea di un mercato del lavoro meno solido rispetto alle attese di poche settimane fa.
Questo scenario pone la Fed di fronte a un dilemma particolarmente complesso. Un mercato del lavoro in rallentamento potrebbe infatti giustificare una politica monetaria più accomodante nei prossimi mesi.
Allo stesso tempo, sottolinea Diodovich, la banca centrale deve mantenere prudenza perché il contesto geopolitico rischia di generare nuove pressioni inflazionistiche. L’escalation del conflitto con l’Iran potrebbe infatti alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi energetici, dei carburanti e dei costi di trasporto.
In questa fase la Fed si trova quindi a dover bilanciare due rischi opposti. Da un lato, osserva Diodovich, un mercato del lavoro che perde slancio e segnali di raffreddamento dell’economia, dall’altro un possibile ritorno delle pressioni inflazionistiche legate soprattutto all’energia.
Proprio per questo motivo, precisa Diodovich, i dati sull’inflazione attesi la prossima settimana saranno particolarmente rilevanti. Le pubblicazioni del CPI e dell’indice core PCE rappresenteranno un passaggio cruciale per valutare le prossime mosse della banca centrale.
Un dato inflazionistico più elevato, secondo Diodovich, rafforzerebbe l’approccio prudente della Fed, mentre una lettura più moderata potrebbe aprire spazi per un eventuale allentamento monetario nei mesi successivi. Per il momento il mercato continua comunque a scontare una Fed cauta, anche perché il contesto geopolitico rende più complesso il bilanciamento tra rischio recessivo e rischio inflazionistico.
Mercati nervosi dopo il job report
La pubblicazione del report sul lavoro ha provocato una reazione immediata sui mercati finanziari. Gli indici statunitensi hanno aperto in rosso (S&P a -1,5%), riflettendo la preoccupazione degli investitori per il deterioramento del quadro occupazionale.
Anche il dollaro ha inizialmente mostrato una fase di debolezza subito dopo la diffusione dei dati, coerentemente con l’idea che una Fed più vicina a un taglio dei tassi possa ridurre l’attrattività della valuta americana.
Successivamente, evidenzia Diodovich, il movimento si è invertito. Il biglietto verde ha recuperato terreno e si è rafforzato contro le principali valute internazionali, sostenuto dal ritorno della domanda di asset rifugio e dal clima di elevata avversione al rischio che continua a dominare i mercati globali.
Come conclude il report di IG Italia, la crisi geopolitica in Iran contribuisce a sostenere il dollaro anche per un motivo strutturale: gli Stati Uniti sono esportatori netti di energia, una condizione che tende a rafforzare la valuta americana nelle fasi di aumento dei prezzi energetici e di tensione sui mercati globali.
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