Ma davvero siamo alla vigilia di un'altra Lehman Brothers?


Quanto è concreto il rischio contagio mondiale, stile Lehman Brother? Tognoli stima che ci sarà un nuovo fly to quality verso banche più sicure. E da questo punto di vista le banche Europee offrono sicuramente maggiori garanzie di stabilità e di controllo.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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Inflazione USA di febbraio YoY in uscita oggi alle 13:30 (stima 6% contro 6,4% di gennaio) che oltre ad essere importante, diventa oltremodo strategica, visti i problemi che alcune banche (SVB e Signature) stanno creando all’intero sistema.

Le stime degli operatori del mercato indicano che il 50% di loro si attende che nel prossimo meeting la FED lascerà invariati i tassi di interesse. Non la pensiamo allo stesso modo e riteniamo che la FED aumenterà i tassi di 25 bp (certo, a meno che l’inflazione non si riveli tra il 4% e il 5%).

La domanda che i mercati si pongono e la seguente: quanto è concreto il rischio di contagio mondiale (stile Lehman Brother per intenderci). Nessuno ha ovviamente la risposta. Ma si possono fare delle supposizioni:

  • non è una crisi sistemica come lo è stata quella di Lehman Brother. Ma è una mala gestio, unita a scarsi controlli. A differenza di LB dove gli attivi non valevano la tripla A che mostravano, qui l’attivo sono treasury bond che rimborseranno il capitale a scadenza. Certo, liquidando l’attivo oggi si otterrebbe un valore di circa il 70-75% dell’investimento. Ma non zero. Quanto alle regole, non va dimenticato che per le banche quali SVB proprio le regole prudenziali erano state ammorbidite negli anni scorsi sotto la pressione di campagne della lobby del settore;
  • in Europa le banche con più di € 10 bn di attivo sotto sottoposte alle stringenti regole di Basilea 3 su liquidità, concentrazione dei rischi e patrimonio ai fini di vigilanza. Non avrebbero quindi potuto raccogliere quasi US 200 bn di depositi a breve e investirli a lunga scadenza per guadagnare di più (il matching tra l’attivo e il passivo è una delle regole fondamentali della finanza d’impresa);
  • diversamente dal 2008, la FED ha immediatamente reagito con misure straordinarie e aggressive, garantendo non solo completamente i depositi anche oltre US 250k, ma aprendo anche una linea di credito (Bank Term Funding Program – BTFP) a disposizione di ogni istituto sempre con l’obiettivo di proteggere al massimo i depositi, offrendo presiti della durata di un anno;
  • è un problema più di Silicon Valley che di banca. I problemi di SVB sono più dovuti ai suoi clienti e al settore operativo, che non alle sue operazioni bancarie. I depositi sono molto concentrati in questi settori e la performance finanziaria è stata ovviamente influenzata dalle condizioni economiche di questi settori. In ogni caso le banche centrali hanno ampi strumenti per sostenere le istituzioni con liquidità, compresi interi sistemi bancari.

Le misure messe in campo dalla FED sono ovviamente intese a scongiurare il “bank run”, ovvero la drammatica fuga dalle banche dei clienti con ingenti depositi e in cerca di sicurezza. Difficile però stimare il comportamento soggettivo dei depositanti davanti al panico. Bene quindi ha fatto la FED a porre subito rimedio, evitando, per quanto possibile, un effetto contagio che sarebbe poi stato difficile da arginare.

Non vogliamo sottovalutare il problema che appare serio, ma ci chiediamo che cosa possa accadere nei prossimi giorni. Probabilmente ci vorranno settimane capire lo sviluppo dell’intera vicenda, sulla Silicon Valley e sull’intero sistema finanziario. La lezione ha fatto intanto tornare con i piedi per terra le folli valutazioni delle criptovalute che operano in assenza di regole.

Quello che ci sentiamo di stimare è che ci sarà un nuovo fly to quality verso banche più sicure. E da questo punto di vista le banche Europee offrono sicuramente maggiori garanzie di stabilità e di controllo.

Non possiamo però esimerci dal sostenere che la FED ci ha messo del suo nell’intera vicenda. Non solo alleggerendo i controlli, ma operando una stretta monetaria senza se e senza ma contro l’inflazione valutandone gli effetti solo sulla recessione e la disoccupazione. Sottovalutando però clamorosamente le conseguenze che l’aumento del costo del debito avrebbe creato al sistema del credito, soprattutto quando le banche finanziavano attività negli stadi iniziali della vita delle imprese, la cui elasticità alla variazione dei tassi di interesse è, come noto, maggiore.

Gli investitori si chiedono se la vicenda possa attirare l’attenzione sul cambiamento della politica monetaria e sul suo potenziale impatto sulle banche, che notoriamente sono la cinghia di trasmissione della politica monetaria. L’aumento dei tassi e l’inasprimento quantitativo, tolgono liquidità al sistema (a gennaio M0 è diminuita dell’1,4% e M1 dello 0,3%) e per questa via esercitano pressioni sul valore degli asset e sui depositi, alterando le strutture di bilancio e incidendo sul margine di interesse netto, soprattutto negli USA.

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