Medio Oriente: credito sotto stress, lo shock su Hormuz inizia a propagarsi tra settori e Paesi

Lโescalation militare in Medio Oriente sta trasformando il rischio geopolitico in un insieme di shock economici misurabili: logistica, energia, finanziamenti e fiducia. Con la gran parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz sospeso e prezzi di Brent e GNL in rialzo, il punto non รจ solo โquanto duraโ, ma attraverso quali canali il rischio diventa costo per Stati, banche e aziende.
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Dallo shock geopolitico allo shock di credito
Lโintensitร e lโampiezza delle azioni militari in Medio Oriente rappresentano una escalation rilevante e i primi segnali di mercato sono giร concreti: la sospensione della maggior parte delle spedizioni via Hormuz e lโaumento dei prezzi โover-the-counterโ di Brent e gas naturale liquefatto sono, fin qui, la risposta piรน evidente della finanza al conflitto.
Il punto chiave, si legge in un report di S&P Global Ratings, รจ che la crisi non resta confinata ai listini: cresce la probabilitร di un indebolimento della qualitร creditizia โa catenaโ, perchรฉ la gravitร del contesto รจ stata riclassificata da S&P da alta a severa negli scenari predefiniti, aumentando il potenziale di stress trasversale.
Lo scenario base resta quello di un confronto relativamente breve, ma con un elemento di discontinuitร : dichiarazioni pubbliche su operazioni fino a un mese e obiettivi (incluso il regime change) piรน ampi rispetto alla guerra di 12 giorni del giugno 2025, oltre a una portata geografica degli attacchi piรน estesa. Nel frattempo, lโeffetto รจ giร reale su rotte commerciali e supply chain, su prezzi energetici e su aviazione, con chiusure dello spazio aereo in piรน aree della regione.
In questo quadro, spiega S&P, Teheran ha un incentivo a mantenere la pressione: per il regime il conflitto รจ vicino a una dimensione esistenziale, con ritorsioni che hanno giร colpito asset militari statunitensi in diversi Paesi (tra cui UAE, Giordania, Oman, Kuwait, Iraq, Qatar, Bahrain e Arabia Saudita) e con un rischio persistente di attacchi a infrastrutture critiche, inclusi aeroporti e porti, con vittime civili e militari. ร qui che, sottolinea S&P, lo snodo logistico diventa snodo creditizio: la โchiusura di fattoโ di Hormuz puรฒ trasmettere tensione a piรน settori perchรฉ gli operatori marittimi cancellano viaggi tra minacce navali e impennate dei costi assicurativi.
I canali di trasmissione, evidenzia S&P, sono molteplici e si sommano: rotte commerciali e di approvvigionamento (con impatto immediato sullโenergia), prezzi e volumi energetici (in particolare verso lโAsia), ma anche flussi di capitale, turismo e movimenti di popolazione. A questo si aggiunge un acceleratore tipico delle crisi: costi di finanziamento che possono salire rapidamente, mettendo sotto pressione gli emittenti con rifinanziamenti imminenti o fabbisogni elevati nel breve.
Paesi: chi รจ piรน esposto e perchรฉ lโenergia non basta a โsalvareโ tutti
Le vulnerabilitร non sono omogenee. Differenze geografiche e struttura economica determinano quanto un Paese soffra disruption di supply chain e shock energetico. In generale, si legge nel report di S&P, prezzi del petrolio piรน alti aiutano i produttori di idrocarburi, ma il beneficio dipende da una condizione cruciale: riuscire a esportare e capire quanto a lungo Hormuz resti ostruito.
Una chiusura prolungata viene considerata improbabile alla luce della presenza militare statunitense nella regione, ma lโesposizione รจ piรน elevata per Paesi che dipendono in modo diretto da quella rotta, come Iraq, Bahrain, Qatar e Kuwait. Nel breve, spiega S&P, lโaumento del petrolio puรฒ alleggerire i conti pubblici dei sovrani del GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo), ma se le rotte chiave o la produzione subiscono ostacoli, lo stress fiscale puรฒ arrivare via ricavi indeboliti, soprattutto dove i bilanci sono piรน fragili, il sistema bancario รจ grande e le opzioni alternative di export sono limitate.
Alcuni Paesi, invece, possono attenuare il colpo grazie a rotte alternative (almeno per una parte dei volumi): Oman, UAE e Arabia Saudita hanno margini di mitigazione, pur restando esposti al rischio che infrastrutture di trasporto e produzione vengano colpite ovunque nella regione. E, dato che per Teheran la posta in gioco รจ altissima, S&P non esclude un ampliamento del teatro di ritorsione anche oltre lโarea MENA (con Cipro giร citata come bersaglio), pur con limiti significativi alla capacitร di proiezione militare iraniana.
Nel dettaglio, le considerazioni di credito di S&P per alcuni sovrani mostrano quanto la mappa del rischio sia โchirurgicaโ e legata ai colli di bottiglia logistici e alle fonti di entrata:
- Iraq (B-/Stable/B): la maggior parte del petrolio esce dal porto di Basra e passa da Hormuz; alta esposizione ai rischi di sicurezza per possibili attacchi di milizie filoiraniane; tensioni che possono pesare sul fisco, con riserve valutarie oltre 100 miliardi di dollari come cuscinetto.
- Egitto (B/Stable/B): importatore netto di energia (anche da Israele); rincari o interruzioni possono colpire metriche fiscali ed esterne; rischi anche sui proventi del Canale di Suez se gli attacchi alla navigazione si intensificano, con il Mediterraneo come fattore di mitigazione in caso di blocchi.
- Bahrain (B/Stable/B): produzione petrolifera ridotta e base economica relativamente diversificata, ma forte dipendenza fiscale dal petrolio, elevato indebitamento e sistema finanziario grande rispetto al PIL; vulnerabilitร a capital flight e buffer fiscali limitati, con supporto GCC come elemento incorporato; ospita la U.S. Navy Fifth Fleet.
- Giordania (BB-/Stable/B): sensibilitร a ricavi turistici (quasi un terzo degli incassi di conto corrente), importatore di petrolio; circa 40% delle esportazioni verso il Medio Oriente e quindi esposta a disruption delle rotte regionali.
- Oman (BBB-/Stable/A-3): export da Sohar/Duqm che evitano Hormuz; minore esposizione al rischio di blocco e potenziale ruolo alternativo per i container regionali, con possibili benefici su conti esterni e crescita, pur con un bilancio pubblico meno resiliente di altri pari GCC.
- Israele (A/Stable/A-1): economia storicamente resiliente anche per il peso dei servizi high-tech (circa 20% del PIL e oltre 50% delle esportazioni) e alta quota di lavoro da remoto; trasformazione a esportatore netto di gas; turismo limitato (2%-3% export); riserve FX 233 miliardi (40% del PIL), ma spesa per sicurezza elevata e possibile impatto fiscale/socioeconomico rilevante in caso di danni fisici.
- Kuwait (AA-/Stable/A-1): dipendenza da Hormuz come rotta export e forte concentrazione dellโenergia su entrate fiscali ed esterne; ampia dotazione di asset come buffer e presenza di una grande base USA.
- Arabia Saudita (A+/Stable/A-1): export circa 6,5 mbpd, con oltre lโ80% via Hormuz; pipeline East-West con capacitร aggiuntiva e potenziale sostegno agli introiti; programma di trasformazione economica costoso e deficit elevati, ma posizione netta di asset governativi come resilienza.
- Qatar (AA/Stable/A-1+): dipendenza da Hormuz, con export di gas anche via pipeline verso UAE; condivisione del North Field con lโIran e relazioni diplomatiche potenzialmente meno tese; ospita Al Udeid (grande base USA); bilancio pubblico forte, ma debito esterno (dal sistema finanziario) elevato come fonte di rischio.
- Abu Dhabi (AA/Stable/A-1+): pipeline verso Fujairah con capacitร di circa il 50% degli export, bypassando Hormuz; base USA di Al Dhafra; buffer fiscali tra i piรน elevati e politica fiscale controllata.
In mezzo a questa eterogeneitร , la linea guida di S&P resta una: non รจ solo questione di prezzo del petrolio, ma di accesso ai mercati, rotte alternative, buffer finanziari e tenuta del sistema bancario. E, evidenzia S&P, รจ proprio lโinterazione fra questi elementi a determinare quanto velocemente una crisi geopolitica possa diventare una crisi di credito.
Banche, imprese e assicurazioni: dove passa davvero il contagio
Per quanto riguarda le istituzioni finanziarie, sottolinea S&P, il rischio centrale รจ un incremento delle uscite di capitale: nelle crisi precedenti si รจ vista spesso una โflight to qualityโ interna ai sistemi bancari locali, ma la scala attuale rende plausibile anche uno scenario di deflussi esterni moderati, che molti sistemi dovrebbero poter reggere. La variabile decisiva, perรฒ, รจ sempre la stessa: durata e perimetro delle ostilitร , perchรฉ sono questi a determinare magnitudine e persistenza degli outflows.
Qui emerge una distinzione importante per S&P: i sistemi bancari di Bahrain e Qatar presentano le maggiori posizioni nette di debito esterno nel GCC e potrebbero richiedere supporto esterno o governativo in caso di deflussi significativi. Non รจ unโipotesi teorica: in passato le autoritร qatariote hanno sostenuto il sistema bancario con iniezioni di liquiditร quando necessario, e in uno scenario di stress severo anche le banche bahreinite potrebbero aver bisogno di supporto regionale (liquiditร o stabilizzazione della componente regionale del debito esterno). Al contrario, spiega S&P, altri sistemi bancari in posizione netta di asset esterni dovrebbero poter assorbire deflussi moderatamente elevati con la propria liquiditร , a patto che il conflitto non si trascini.
Per corporate e infrastrutture, il rischio stimato da S&P รจ operativo e finanziario insieme: volatilitร dei prezzi energetici, disruption della supply chain, interruzioni operative, costi piรน alti di sicurezza e assicurazione. Gli asset โvisibiliโ e ad alto valore (aeroporti, porti, hotel, landmark turistici) diventano bersagli di rischio fisico e cyber, con possibile intervento regolatorio in settori come utility e telecomunicazioni.
Per chi dipende da rotte export via Hormuz, la vulnerabilitร รจ ancora piรน diretta: S&P prevede ritardi e rerouting, aumento dei noli, e rischio di ulteriori โchokepoint closuresโ se il blocco si prolungasse. Nel comparto oil & gas, un conflitto prolungato puรฒ incidere sui flussi di volume e quindi sui prezzi globali, ma lโimpatto si estende a tutta la catena del valore: non solo produttori, anche shipping, porti e downstream, con giร evidenze di disruption in porti regionali (inclusi Oman e UAE).
Un segnale chiave di โstress che diventa costoโ รจ quello assicurativo: i premi di war risk per le navi in transito nel Golfo sono schizzati, con polizze cancellate e riprezzate a livelli sensibilmente piรน alti, in alcuni casi fino al +50%. ร un meccanismo che, spiega S&P, accelera il contagio perchรฉ aumenta i costi operativi, alza i noli e puรฒ creare pressione di liquiditร sugli emittenti esposti ai flussi energetici e marittimi regionali.
Poi cโรจ il canale piรน sottovalutato e piรน rapido per S&P: la fiducia. Il deterioramento del sentiment di consumatori e investitori puรฒ pesare su domanda, valori degli asset e accesso al capitale; il real estate รจ particolarmente vulnerabile a volumi piรน bassi e prezzi piรน morbidi, e la tensione diventa massima per chi ha scadenze di debito nel breve non ancora rifinanziate. In un contesto di funding piรน stretto, la combinazione di sentiment debole e liquiditร meno accessibile puรฒ aumentare la probabilitร di default nel breve termine.
Sul lato assicurativo, osserva S&P, nel breve le condizioni di credito dei player rated sono attese โampiamente stabiliโ, grazie a utili robusti negli anni recenti che hanno costruito buffer di capitale. Inoltre, non รจ atteso un forte aumento dei sinistri perchรฉ i rischi di guerra sono tipicamente esclusi dalle polizze standard e le coperture specialistiche (marine/aviation) sono in genere fortemente riassicurate, limitando lโimpatto diretto sui player locali. Ma se il conflitto si estendesse o durasse a lungo, il vero stress arriverebbe con una crescita piรน lenta e, soprattutto, con la volatilitร dei prezzi degli asset: in quel caso, puntualizza S&P, le valutazioni potrebbero diventare piรน tese per assicuratori GCC con capitalizzazione piรน debole o forte esposizione ad asset rischiosi, in particolare equity e real estate.
Quando la crisi diventa โseveraโ: la scala di stress dei mercati
Per capire come una crisi geopolitica possa trasformarsi in un problema finanziario sistemico, รจ utile osservare la scala di stress elaborata da S&P Global Ratings, che classifica lโimpatto economico del conflitto in diversi livelli progressivi. Non si tratta semplicemente di una misura della tensione militare, ma di un modello che descrive come lo shock si trasmette allโeconomia reale e ai mercati finanziari attraverso diversi canali.
Nei livelli iniziali, quelli definiti da S&P โmodestiโ o โmoderatiโ, lโimpatto resta circoscritto soprattutto al premio al rischio geopolitico. I mercati reagiscono con aumenti dei prezzi dellโenergia, una maggiore volatilitร sui mercati finanziari e un temporaneo rialzo dei costi di assicurazione e trasporto marittimo. In questa fase le rotte commerciali continuano a funzionare, anche se con maggiore cautela, e lโimpatto sul credito resta limitato. Secondo S&P gli effetti si concentrano quindi su energia, sentiment degli investitori e volatilitร finanziaria, senza produrre ancora un deterioramento generalizzato della qualitร creditizia.
Il quadro cambia quando si entra nella fascia di stress โelevatoโ, come definito da S&P. Qui il conflitto comincia a interferire in modo piรน diretto con lโeconomia reale. Il primo canale di trasmissione diventa la logistica commerciale: ritardi nelle spedizioni, rotte alternative piรน lunghe e premi assicurativi molto piรน alti per le navi che attraversano il Golfo Persico. A questo si aggiunge un secondo elemento chiave, ovvero lโaumento dei costi di finanziamento per governi e imprese. In questa fase gli investitori diventano piรน selettivi, i flussi di capitale rallentano e alcuni settori (come turismo, trasporti e real estate) iniziano a mostrare segni di debolezza.
Il livello piรน critico per S&P รจ quello definito โseveroโ, che rappresenta il vero punto di svolta nella scala di rischio. In questo scenario il conflitto non resta piรน un evento geopolitico circoscritto, ma si trasforma in uno shock economico multilivello. Lโelemento centrale diventa la disruption delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali, con possibili interruzioni della produzione petrolifera o blocchi prolungati di passaggi strategici come lo Stretto di Hormuz. In un contesto simile, S&P stima che circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas liquefatto potrebbe risultare direttamente o indirettamente compromesso.
Le conseguenze si propagano rapidamente. Da un lato si registra un forte aumento dei prezzi energetici, che alimenta pressioni inflazionistiche globali. Dallโaltro emergono deflussi di capitale piรน consistenti, soprattutto dai Paesi percepiti come piรน vulnerabili. Secondo S&P, le economie regionali potrebbero subire un calo degli investimenti esteri, una contrazione del turismo e una maggiore volatilitร nei mercati immobiliari e finanziari. Allo stesso tempo, i governi sarebbero costretti ad aumentare la spesa per sicurezza e difesa, con un ulteriore deterioramento dei conti pubblici.
Un altro elemento che caratterizza lo scenario severo รจ la durata e lโestensione geografica del conflitto. Secondo S&P, il passaggio a questo livello di stress diventa plausibile quando il confronto militare coinvolge piรน attori regionali o internazionali e quando si registrano tentativi sistematici di interrompere le catene di approvvigionamento energetico e commerciale. In altre parole, non รจ solo la guerra in sรฉ a determinare lโimpatto economico, ma la capacitร del conflitto di disturbare in modo persistente i flussi globali di energia, capitali e commercio.
Emerge dunque un punto fondamentale: il vero rischio per i mercati non รจ lโevento geopolitico iniziale, ma la sua capacitร di propagarsi attraverso i canali economici. Energia, credito, logistica e fiducia degli investitori diventano quindi i principali moltiplicatori dello shock. Ed รจ proprio questa interconnessione che, conclude il report di S&P, rende le crisi geopolitiche moderne potenzialmente molto piรน destabilizzanti per lโeconomia globale rispetto al passato.
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