Mercati, il bilancio di gennaio tra rialzo fragile e rotazioni violente sotto la superficie

02/02/2026 13:00
Mercati, il bilancio di gennaio tra rialzo fragile e rotazioni violente sotto la superficie

Il primo mese del nuovo anno si chiude con segni positivi sugli indici, ma il percorso è stato tutt’altro che lineare. Gennaio ha messo alla prova i mercati con oscillazioni estreme, improvvisi cambi di leadership e segnali di stress crescenti, soprattutto sul finale, offrendo una lettura più profonda di ciò che sta cambiando sotto la superficie del rialzo.

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Oro e argento tra eccessi e liquidazioni forzate

Gennaio si chiude in territorio positivo sui mercati finanziari, ma la dinamica che ha accompagnato il mese è stata tutt’altro che ordinata. Più che un movimento direzionale, il mese ha funzionato come un test di stress mascherato da rialzo, attraversato da volatilità elevata, rotazioni improvvise e tensioni crescenti negli ultimi giorni. Come si legge nella nota a cura di Gabriel Debach, market analyst di eToro, il messaggio che emerge è chiaro: il mercato non sta vivendo una fase di euforia, ma una fase rivelatrice, in cui i movimenti mettono in luce fragilità strutturali e cambiamenti di regime.

Il movimento più emblematico arriva dalle materie prime, con oro e argento sotto pressione proprio allo scadere del mese. L’oro chiude gennaio con un progresso del 13% (contratto XAUUSD), nonostante la seduta di venerdì abbia registrato un crollo dell’8,8%, la peggiore perdita giornaliera dal 15 aprile 2013. L’argento (contratto XAGUSD) mostra una volatilità ancora più estrema: dopo aver segnato un progresso vicino al 65%, chiude il mese a +17%, penalizzato da una caduta del 26,8% in una sola seduta, un evento che non si osservava dal 30 aprile 1980.

Come sottolinea Debach, con questa correzione il massimo del 28 gennaio segna la fine del bull market dell’argento, durato 878 sedute da settembre 2022, il più lungo della storia recente, con un rialzo complessivo del 555% e 33 nuovi massimi storici. L’oro, al contrario, mantiene ancora intatto il proprio bull market, in corso da 864 sedute e con un apprezzamento del 177%, anche se il crollo di inizio settimana ne sta riducendo l’entità.

A rendere ancora più significativa questa fase, secondo Debach, è la distribuzione storica dei massimi. I nuovi all time high su oro e argento non sono eventi regolari, ma si concentrano in finestre temporali brevi e intense, separate da lunghi periodi di assenza di record. Gli anni Settanta, il ciclo post-2008 e l’ultima fase ne sono esempi evidenti. Come spiega Debach, quando il regime di mercato cambia, i massimi diventano la norma, ma è proprio in queste fasi che si costruiscono anche gli eccessi che rendono inevitabili correzioni violente, con l’argento che storicamente amplifica queste dinamiche in modo più speculativo.

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Dal punto di vista tecnico, osserva Deabch, entrambi i metalli arrivavano a fine gennaio su livelli difficilmente sostenibili. L’argento trattava con uno scostamento superiore al 133% dalla media mobile a 200 giorni, un’anomalia statistica estrema, mentre l’oro mostrava una deviazione più contenuta ma comunque elevata, oltre il 32% sopra la media di lungo periodo. In questa fase iperbolica, puntualizza Debach, il mercato smette di essere guidato dai fondamentali e diventa dominato da leva finanziaria, posizionamenti tattici e inseguimento del momentum. Il Rate of Change a due giorni ha toccato circa -35 punti, un livello che non si osservava dalla fine di marzo 1980. Non una normale correzione, ma una fase di stress da liquidazione.

La nomina di Warsh, il rafforzamento del dollaro e il riposizionamento di fine mese hanno fornito il pretesto, ma la correzione era già scritta nei numeri. Secondo Deabch, non è stata la causa, è stata l’occasione. Il mercato non sta negando il tema macro, lo sta normalizzando dopo eccessi accumulati nel tempo.

Criptovalute, long squeeze e perdita di momentum

Gli scivoloni di fine mese hanno coinvolto anche il comparto delle criptovalute. La capitalizzazione complessiva è scesa da 2,85 trilioni a 2,55 trilioni di dollari, mentre il Bitcoin ha chiuso sabato con un calo del 6,5%, la flessione più marcata dal 10 ottobre. Il comparto registra così il quinto mese consecutivo in ribasso, una sequenza che non si osservava da gennaio 2019.

Le liquidazioni di posizioni lunghe, si legge nella nota di eToro, hanno superato i 4,5 miliardi di dollari, con un picco di oltre 2,4 miliardi in sole 24 ore, configurando un classico long squeeze. Il calo iniziale ha innescato stop-loss e margin call, amplificando il ribasso in una cascata di vendite forzate.

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Nel frattempo, gli ETF spot su Bitcoin hanno registrato deflussi netti per 1,61 miliardi di dollari a gennaio, con l’ultima settimana che da sola ha visto uscire quasi 1,5 miliardi, il dato più elevato dal 28 febbraio 2025.

Secondo Debach, senza il sostegno costante degli investitori istituzionali, il prezzo spot è diventato più fragile, esposto a liquidità sottile e grandi ordini di vendita. È un segnale di perdita di momentum e riduzione della narrativa alternativa che aveva sostenuto il comparto. I fondamentali on-chain restano solidi, con holder di lungo periodo impegnati in profit-taking ordinato, whale in accumulo sui dip e corporate treasury ancora attive. Come per oro e argento, il mercato sta pulendo gli eccessi, non smontando il quadro strutturale.

Fed, Warsh e un nuovo equilibrio monetario

Il vero spartiacque di gennaio resta però la Federal Reserve. Il FOMC ha mantenuto i tassi invariati nel range 3,5%-3,75% dopo tre tagli consecutivi a fine 2025, adottando un tono più paziente. L’economia viene descritta come in espansione solida, sostenuta da consumi e investimenti, con un mercato del lavoro stabile. L’inflazione resta sopra il target, con una disinflazione che prosegue a ritmo più lento, anche per effetto dei dazi.

In questo contesto, spiega Debach, si inserisce la nomina di Kevin Warsh come prossimo presidente della Fed, un elemento che introduce incertezza più istituzionale che ideologica. La conferma passerà dal Senato, con tempi che potrebbero avvicinarsi alla scadenza del mandato di Powell nel maggio 2026, aprendo la strada a una possibile fase di guida ad interim. Anche una volta confermato, il potere di Warsh sarà temperato dalla struttura del FOMC, composto da 12 membri con pari diritto di voto, aumentando il rischio di una politica monetaria più frammentata e meno prevedibile.

Il dilemma è evidente. Accelerare i tagli esporrebbe la Fed al rischio di politicizzazione, mentre mantenere una linea prudente potrebbe irrigidire le condizioni finanziarie. Warsh ha più volte indicato il bilancio della Fed come eccessivo, suggerendo che eventuali tagli ai tassi potrebbero essere compensati da un approccio quantitativo più restrittivo, una combinazione che tende a rafforzare il dollaro, spingere al rialzo il premio a termine e rendere più instabile la parte lunga della curva. È in questa chiave che vanno letti i movimenti violenti di fine mese su oro, argento e crypto.

Piazza Affari tra leadership concentrata e rotazione

In questo contesto globale, Piazza Affari chiude gennaio a +1,3%, ma il dato headline nasconde una struttura interna fragile. Ventiquattro titoli in rialzo e sedici in ribasso, con una market breadth debole: solo il 50% dei titoli sovraperforma l’indice, contro il 60-70% tipico dei rialzi più solidi. Un segnale di rotazione, non di trend diffuso.

La leadership settoriale è chiara e concentrata per Debach. Energia, industriali e utilities guidano il listino, con Saipem +28%, Prysmian +16%, Leonardo +15%, Tenaris +14%, mentre tra le utility spiccano A2A, Italgas ed Enel. All’opposto, il consumer discretionary è uniformemente negativo, con cali a doppia cifra per Brunello Cucinelli, Moncler, Ferrari e Stellantis. Il comparto finanziario appare diviso, con alcuni istituti in tenuta e altri sotto pressione, segnale che il settore non viene più trattato come un blocco unico.

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Anche gli indicatori stagionali, osserva Debach, vanno letti in questa chiave. Il Rally di Santa Claus è stato positivo e il Barometro di Gennaio segna un progresso dell’1,3%. Presi insieme, storicamente riducono la probabilità di un anno fortemente negativo, ma non indicano un percorso lineare.

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Il messaggio complessivo di gennaio è chiaro: il beta non basta più per Debach. In una fase di Fed più paziente ma meno prevedibile, il mercato chiede selezione, disciplina e capacità di distinguere tra flussi di cassa visibili e storie che iniziano a pagare il prezzo delle aspettative.

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