Mercati sotto pressione, perché lo shock geopolitico arriva su un sistema già vulnerabile

12/03/2026 14:15
Mercati sotto pressione, perché lo shock geopolitico arriva su un sistema già vulnerabile

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno attirando l’attenzione dei mercati, ma il conflitto rappresenta solo uno dei fattori di rischio per l’economia e per gli asset finanziari. Valutazioni elevate, tensioni sulle catene di approvvigionamento, pressioni sul mercato obbligazionario europeo e nuove frizioni commerciali stanno emergendo contemporaneamente. La resilienza degli indici azionari potrebbe nascondere vulnerabilità strutturali.

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Un mercato maturo, valutazioni elevate e nuovi shock geopolitici

L’attuale fase dei mercati finanziari viene spesso interpretata esclusivamente attraverso la lente delle tensioni geopolitiche. Tuttavia, il conflitto in Medio Oriente rappresenta solo uno degli elementi di pressione su un sistema finanziario già vulnerabile. In un contesto in cui la speculazione è diventata una componente strutturale dei mercati, basta che alcune condizioni di base vengano meno perché emergano segnali di tensione.

A dirlo è Gabriel Debach, market analyst di eToro, secondo cui la situazione attuale mostra caratteristiche tipiche di un ciclo avanzato. Gli shock geopolitici tendono infatti a destabilizzare equilibri che gli investitori avevano ormai dato per acquisiti, costringendo il mercato a interrogarsi nuovamente sulla sostenibilità dello scenario economico e finanziario.

Oggi l’attenzione degli investitori è concentrata quasi esclusivamente sulle implicazioni energetiche del conflitto. Tuttavia, precisa Debach, queste tensioni potrebbero rappresentare soltanto la punta dell’iceberg.

Sotto la superficie si muove infatti un mercato azionario che si trova su livelli storicamente molto elevati. Analizzando la distribuzione dei rendimenti mensili dell’S&P 500 dal 1928, l’indice si colloca oggi oltre il 90° percentile dei percorsi cumulati a 48 mesi.

In termini pratici, spiega Debach, significa che i livelli attuali appartengono alla fascia più alta mai osservata nei cicli di mercato passati. Quando in passato l’indice si è posizionato in questa zona, i rendimenti reali prospettici tendevano a essere modesti, accompagnati da un rischio elevato di correzioni.

A questa dinamica si aggiunge un ulteriore elemento di vulnerabilità individuato da Debach: le valutazioni azionarie sono elevate in tutte le principali regioni del mondo, non soltanto negli Stati Uniti. Parallelamente, l’equity risk premium è tornato su livelli simili a quelli osservati prima della crisi finanziaria globale del 2008.

Questo significa che lo shock geopolitico attuale colpisce un mercato già costoso e maturo, aumentando il potenziale impatto delle tensioni.

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Anche le contromisure messe in campo per stabilizzare il sistema energetico mostrano alcuni limiti evidenti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato un maxi rilascio di riserve petrolifere pari a circa 400 milioni di barili, più del doppio dei 182 milioni rilasciati nel 2022.

Su base teorica, spiega Debach, questo intervento equivale a circa 2,2 milioni di barili al giorno per sei mesi. Si tratta di una misura significativa, ma resta comunque una frazione rispetto ai circa 20 milioni di barili che transitavano ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il petrolio rappresenta però soltanto una parte del problema. Il rischio più ampio riguarda una possibile disruption logistica prolungata che coinvolga diversi settori strategici: gas naturale, fertilizzanti, metalli e chimica.

Le conseguenze operative, osserva Debach, stanno già emergendo. Molte navi si trovano nel posto sbagliato rispetto alle rotte commerciali, mentre numerose coperture assicurative per il trasporto marittimo sono state cancellate. Anche in caso di cessate il fuoco, il riassorbimento degli squilibri logistici potrebbe richiedere mesi.

Tensioni commerciali, debito europeo e crepe nel sistema finanziario

Alle tensioni energetiche, sottolinea Debach, si aggiunge un nuovo fronte commerciale. L’amministrazione statunitense ha annunciato nuove indagini commerciali su Cina, Messico, Unione Europea e altri 13 Paesi, per un totale di 16 economie coinvolte. L’obiettivo dichiarato è quello di ripristinare una struttura tariffaria simile ai dazi reciproci recentemente dichiarati illegali dalla Corte Suprema statunitense.

Le indagini verranno condotte nell’ambito della Sezione 301 del Trade Act del 1974, uno strumento che, spiega Debach, consente agli Stati Uniti di imporre dazi sulle importazioni provenienti da Paesi accusati di pratiche commerciali sleali, con particolare attenzione all’eccesso di capacità produttiva.

Secondo il Segretario al Tesoro Scott Bessent, entro il mese di agosto i dazi statunitensi potrebbero tornare ai livelli precedenti alla sentenza della Corte Suprema. A questo scenario, precisa Debach, si aggiungono anche le possibili sentenze di rimborso dei dazi già pagati, che rischiano di generare ulteriore incertezza amministrativa e finanziaria per le imprese. Il risultato è un ulteriore strato di pressione sulle catene di approvvigionamento globali e sulle aspettative di inflazione.

Parallelamente stanno emergendo tensioni meno visibili ma altrettanto rilevanti nel sistema finanziario europeo. In particolare, evidenzia Debach, il mercato obbligazionario dell’Eurozona mostra segnali di pressione crescente.

Il rendimento del Bund decennale tedesco ha raggiunto i livelli più alti dal 2023. L’ultima asta di titoli di Stato ha evidenziato una domanda debole: su 5 miliardi di euro offerti, gli ordini si sono fermati a 4,5 miliardi, con un collocamento finale di 3,8 miliardi e un rendimento pari al 2,89%, in aumento rispetto al 2,73% registrato a febbraio.

A differenza delle crisi passate, spiega Debach, gli investitori non stanno correndo verso i titoli di Stato come rifugio sicuro. Le ragioni sono principalmente due. Da un lato, l’aumento dei prezzi energetici riaccende le aspettative di inflazione. Dall’altro, la Germania si prepara ad aumentare significativamente l’offerta di debito pubblico per finanziare nuovi programmi di difesa e infrastrutture dopo l’allentamento del freno costituzionale all’indebitamento.

Anche la politica monetaria europea riflette questa fase di incertezza. Le dichiarazioni dei membri della Bce mostrano una crescente divisione interna. Il governatore slovacco Peter Kazimir ha adottato toni particolarmente aggressivi, affermando che una reazione della Bce potrebbe essere più vicina di quanto molti pensino. Anche Isabel Schnabel e Joachim Nagel si sono schierati su una posizione restrittiva. Al contrario, Luis de Guindos e Piero Cipollone hanno invitato a evitare reazioni eccessive. Il risultato, osserva Debach, è un Consiglio direttivo diviso, con rischi inflazionistici percepiti come crescenti.

Questa incertezza si riflette già sui mercati: la parte breve della curva swap europea ha iniziato a salire, segnalando aspettative di tassi più elevati. Nel frattempo emergono tensioni anche nel mercato del credito privato, un settore che vale circa 1,8 trilioni di dollari. Alcune grandi istituzioni finanziarie hanno iniziato a prendere misure prudenziali.

JPMorgan ha limitato il finanziamento a diversi fondi dopo aver svalutato una parte dei prestiti concessi a società del software, un comparto sotto pressione per le incertezze legate all’impatto dell’intelligenza artificiale sui modelli di business. Anche altri operatori hanno registrato segnali di stress. Morgan Stanley ha limitato i rimborsi di uno dei suoi fondi dopo richieste di riscatto pari a quasi l’11% delle quote, soddisfatte solo per il 45,8%. Situazioni simili stanno emergendo anche presso BlackRock, Blackstone, Blue Owl e Cliffwater, dove le richieste di rimborso hanno superato il 7% delle quote.

Nonostante ciò, puntualizza Debach, questi episodi restano fenomeni relativamente contenuti. Le misure adottate non hanno generato chiamate di margine sistemiche e i meccanismi di sospensione dei riscatti fanno parte della struttura tipica dei fondi illiquidi. Si tratta quindi più di una stretta di liquidità che di un rischio sistemico paragonabile alla crisi finanziaria del 2008.

Mercati resilienti, ma la diversificazione torna centrale

In questo contesto complesso, la reazione dei mercati azionari appare sorprendentemente contenuta per la valutazione di Debach. Le principali piazze globali hanno registrato correzioni moderate: S&P 500 -3,7%, Nasdaq -5%, Dax -8%, Ftse Mib -7%, Nikkei -9% e indice globale -7%.

Numeri che, osservati nel contesto attuale, potrebbero persino apparire relativamente resilienti. Questa resilienza, sottolinea Debach, è in parte spiegata dalle continue rotazioni tra settori e stili di investimento. In precedenza il mercato aveva assistito a una rotazione dal settore tecnologico verso value, ciclici e asset heavy.

Oggi si osserva invece una rinnovata resilienza del comparto tecnologico e del growth statunitense, che nelle ultime settimane si confermano tra i pochi segmenti positivi, insieme al settore Energy, in rialzo di circa 27% dall’inizio dell’anno. Al contrario, value, materiali e molti settori ciclici stanno registrando cali più marcati.

Questo cambiamento, osserva Debach, evidenzia un limite crescente della diversificazione tradizionale. Il classico bilanciamento tra azioni e obbligazioni rischia infatti di diventare meno efficace in uno scenario dominato dall’inflazione energetica e fiscale, dove entrambe le asset class possono muoversi nella stessa direzione.

In questo contesto, evidenzia Debach, la vera resilienza dei portafogli deriva sempre più dalla diversificazione per fattori, settori e geografie. Nonostante le valutazioni elevate e i premi di rischio compressi suggeriscano un rischio significativo di correzione, la probabilità che questa si trasformi in un mercato ribassista prolungato appare ancora limitata.

Storicamente, shock geopolitici e tensioni commerciali hanno spesso generato ritracciamenti temporanei seguiti da fasi di recupero. Per questo motivo, secondo Debach, una correzione potrebbe rappresentare un riassestamento fisiologico del mercato, capace di creare opportunità per gli investitori posizionati in modo diversificato.

Le opportunità di lungo periodo legate alle correzioni sono ben note nella storia dei mercati. Tuttavia, conclude Debach, in una fase caratterizzata da tensioni diffuse e molteplici fonti di rischio, la diversificazione e le strategie di copertura tornano a essere elementi centrali nella gestione degli investimenti.

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