Mps in caduta libera a Piazza Affari dopo lo stop alle trattative tra Unicredit e Mef

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La fumata nera tra Unicredit e il governo comunicata ieri ha attirato forti vendite sulle azioni della banca senese, influenzando anche i titoli degli altri soggetti potenzialmente coinvolti in altre operazioni di M&A.

A questo punto, si attende un piano alternativo da parte dell’esecutivo guidato da Mario Draghi per il futuro di Mps, anche se la strada che porta alla privatizzazione della banca attiva più antica del mondo potrebbe essere piena di ostacoli.


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Vendite su Mps e Unicredit

Scattano subito le vendite a Piazza Affari su Monte dei Paschi di Siena e Unicredit, dopo il fallimento delle trattative tra la banca milanese e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per la cessione della storica banca senese.

A soffrire è soprattutto quest’ultima, con le azioni Mps che arrivano a cedere oltre il 7% dopo pochi minuti, per poi essere sospesa dalle contrattazioni sotto quota 1 euro.

Vendite più moderate su Unicredit, con le azioni della banca milanese in calo del 3% in avvio, flessione poi attuata (-1,80%) a 11,342 euro.

La notizia dello stop alle trattative ha condizionato anche la performance degli altri istituti finanziari potenzialmente coinvolte da un possibile nuovo risiko bancario.

In particolare, cede oltre il 2% Carige, visto che un buon esito dell’affare Mps avrebbe probabilmente accelerato una soluzione per la banca genovese.

Positive, invece, le possibili alternative a Mps quali Banco Bpm (+4%) e Bper Banca (+2%), al centro dei rumor per un possibile matrimonio con Unicredit, anche se la prima ha già smentito qualsiasi interesse per l’operazione.

Le cause dello stop alle trattative

Una breve nota diffusa ieri pomeriggio da Unicredit annunciava l’interruzione dei negoziati con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) relativi “alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Banca Monte dei Paschi di Siena”.

Il comunicato non specificava le cause che hanno portato alla fine delle trattative iniziate a fine luglio, ma diverse indiscrezioni avevano già anticipato una distanza di circa 3 miliardi di euro di capitale che il Mef avrebbe dovuto mettere a disposizione di Unicredit.

La banca guidata da Orcel aveva chiesto otto miliardi di euro per coprire il fabbisogno necessario per garantire la capital neutrality dell’operazione.

Dal Mef, però, non erano disposti a superare i 5-6 miliardi di euro, considerando anche lo sconto fiscale legato alla trasformazione delle Dta in crediti fiscali.

Le possibili alternative

A questo punto, le possibili alternative per Mps risiedono nell’apparire di un nuovo compratore o in un nuovo piano messo a punto dal governo.

L’emergere di un nuovo istituto interessato alla banca senese, però, viene definito da molti come improbabile, vista la condizione in cui versa Mps.

A questo punto, la ‘palla’ passa al governo che potrebbe mettere a punto un secondo piano di ristrutturazione da negoziare con la Commissione europea.

L’esecutivo potrebbe ricapitalizzare Mps con circa 3 miliardi di euro e prorogare il bilancio 2021 rispetto alla scadenza, con lo scopo di trovare un nuovo azionista e approvare il prolungamento dei tempi degli incentivi per le fusioni almeno fino a giugno 2022 e i termini per la trasformazione delle Dta in credito d’imposta.

A quel punto, il Mef potrebbe uscire dal capitale di Mps, liberando la sua quota attualmente superiore al 64%.

Questo percorso, però, non si annuncia senza ostacoli. Con la data del 31 dicembre che si avvicina, da Bruxelles potrebbero mettere delle condizioni particolari, in quanto l’Italia risulta già inadempiente rispetto agli impegni presi nel 2017. A questo si aggiunge l’incertezza sul piano stand alone presentato a gennaio dalla banca che non ha mai ricevuto l’approvazione da parte della vigilanza europea.


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