Nvidia e Google puntano sulla fusione nucleare (al fianco di Eni)

Nvidia e Google puntano sulla fusione nucleare (al fianco di Eni)

Il colosso dei chip e il gruppo di Mountain View guidano un maxi-round da quasi un miliardo di dollari a favore della start-up del MIT che sviluppa reattori a fusione. Tra i principali investitori anche il gruppo energetico italiano, presente sin dagli esordi.

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Versati 863 milioni di dollari al Commonwealth Fusion Systems

La corsa alla fusione nucleare, definita da molti l’ “energia delle stelle” e considerata la chiave per un futuro a zero emissioni, ha appena segnato un passo storico. Nvidia, Google e l’investitore miliardario Stanley Druckenmiller hanno partecipato a un nuovo round di finanziamento da 863 milioni di dollari a favore di Commonwealth Fusion Systems (CFS), start-up nata nel 2018 dal MIT Plasma Science and Fusion Center con l’obiettivo di realizzare impianti a fusione in grado di immettere elettricità in rete.

Con questa raccolta, la società di Devens (Massachusetts) raggiunge circa 3 miliardi di dollari di capitali complessivi, pari a un terzo dell’intero settore della fusione, che ha raccolto finora circa 8 miliardi. È uno dei cinque round più consistenti nella storia del climate tech e testimonia la crescente fiducia degli investitori nella possibilità che la fusione nucleare diventi una realtà commerciale.

Il ruolo dei giganti tecnologici

La scelta di Google e Nvidia non è casuale. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale e la crescita dei data center richiedono quantità crescenti di energia elettrica. Scommettere sulla fusione significa garantirsi, nel medio-lungo periodo, una fonte sicura, abbondante e priva di emissioni, capace di sostenere la domanda energetica delle applicazioni digitali. Non a caso Google ha già firmato un accordo per acquistare circa la metà dell’elettricità che sarà prodotta dal primo impianto commerciale di CFS in Virginia, atteso nei primi anni Trenta.

Il progetto, denominato ARC, dovrebbe generare circa 400 megawatt di potenza, abbastanza per alimentare centinaia di migliaia di abitazioni. Prima di arrivare a questa tappa, la società punta a dimostrare la validità della tecnologia con SPARC, un reattore sperimentale a confinamento magnetico attualmente in costruzione nel Massachusetts e che dovrebbe riuscire a realizzare una reazione di fusione autosostenuta entro il 2027.

Perché la fusione è diversa dalla fissione

Attualmente tutta l’energia nucleare prodotta nel mondo proviene dalla fissione, cioè dalla scissione di un nucleo atomico. La fusione funziona al contrario: combina nuclei leggeri, come deuterio e trizio, rilasciando enormi quantità di energia. È il processo che alimenta il Sole e, se replicato su scala industriale, promette vantaggi cruciali: assenza di emissioni di CO2, sicurezza intrinseca (non esiste rischio di meltdown) e una densità energetica quattro volte superiore alla fissione.

Sebbene il cammino resti complesso e costoso – nessuna azienda privata ha ancora replicato il risultato ottenuto nel 2022 dal Lawrence Livermore National Laboratory, che riuscì a generare più energia di quanta ne servisse per innescare la reazione – il settore mostra segnali di maturazione industriale. Commonwealth Fusion Systems è oggi la realtà più capitalizzata e con la roadmap più definita.

La centralità dell’Italia con Eni

Per noi italiani la notizia assume un rilievo particolare: fra i primi e principali soci di Commonwealth Fusion Systems c’è Eni. La compagnia energetica di San Donato Milanese ha creduto nel progetto sin dagli esordi, investendo nel 2018 circa 50 milioni di dollari come finanziatore iniziale. Negli anni successivi Eni ha continuato a rafforzare la propria presenza, diventando un partner industriale strategico per lo sviluppo delle tecnologie necessarie.

L’impegno non si limita al capitale. Grazie alla collaborazione con CFS, Eni ha contribuito alla realizzazione del primo magnete superconduttore ad alta temperatura (HTS), un dispositivo capace di generare campi magnetici da record, condizione essenziale per confinare il plasma nel tokamak. Questa innovazione consente di ridurre dimensioni e costi rispetto ai tradizionali superconduttori a bassa temperatura, aprendo la strada a reattori più compatti ed efficienti.

In parallelo, Eni ha avviato anche una cooperazione con la UK Atomic Energy Authority, che prevede la costruzione nel Regno Unito del più grande impianto mondiale per la gestione del trizio, il combustibile chiave nei futuri reattori a fusione. Questa struttura, denominata Ukaea-Eni H3at Tritium loop facility, sarà completata entro il 2028 e rappresenta un tassello fondamentale per l’intera filiera.

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