Oro a 4.750 dollari: blocco Hormuz e tensioni Iran spingono il metallo verso nuovi record

Il prezzo dell'oro si mantiene sui livelli più alti della storia, con i futures GC che questa settimana hanno toccato un massimo di 4.851 dollari per oncia e che oggi scambiano intorno a 4.747 dollari, sostenuti dal fallimento dei negoziati tra USA e Iran e dall'annuncio del blocco navale dello Stretto di Hormuz. Grandi banche come Goldman Sachs e la svizzera Union Bancaire Privée restano positivi sul metallo giallo, con target che arrivano fino a 6.000 dollari/oncia. Per gli investitori retail, l'oro si conferma il principale rifugio in un contesto di incertezza geopolitica e inflazione persistente.
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Oro ai massimi storici: cosa sta succedendo
L'oro continua a dominare la scena dei mercati finanziari globali. Nella settimana appena conclusa, i futures sull'oro (ticker GC.COMM) hanno toccato un massimo intraday di 4.851 dollari per oncia, un livello mai visto nella storia del metallo giallo. Nella seduta di oggi, lunedì 13 aprile, il prezzo oscilla intorno a 4.747 dollari/oz, in lieve correzione rispetto ai picchi recenti ma su livelli straordinariamente elevati. Solo a inizio anno, il 2 gennaio 2026, il contratto futures quotava circa 4.314 dollari: in poco più di tre mesi, il guadagno si avvicina al +10%, consolidando un trend rialzista che dura ormai da oltre un anno. A gennaio 2025, l'oro spot valeva circa 2.796 dollari/oz: il raddoppio del prezzo in 15 mesi fotografa la portata storica del movimento in atto.
Il catalizzatore del giorno: Hormuz e la crisi USA-Iran
Il principale motore delle tensioni odierne è di natura geopolitica. Nel fine settimana, i negoziati tra Stati Uniti e Iran — condotti in Pakistan — si sono conclusi senza alcun accordo di pace. In risposta, l'amministrazione Trump ha annunciato un blocco navale dello Stretto di Hormuz, una delle vie marittime più strategiche al mondo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale. La Marina statunitense ha già iniziato a intercettare le navi dirette ai porti iraniani. Le probabilità di una riapertura del Canale di Hormuz entro il 1° giugno, secondo le piattaforme di prediction market Kalshi e Polymarket, sono crollate rispettivamente al 39% e al 38%, dai precedenti 65-66% di sabato. Questa escalation ha due effetti diretti sui mercati:
- Il petrolio Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, alimentando pressioni inflazionistiche
- L'oro viene acquistato come rifugio contro l'incertezza geopolitica e l'inflazione
Come ha sintetizzato Tim Waterer, chief market analyst di KCM Trade: «L'ottimismo sul cessate il fuoco si è dissolto dopo il fallimento dei negoziati, e la conseguente spinta del dollaro e del petrolio ha messo l'oro sotto pressione a breve, ma la domanda strutturale rimane intatta».
Le grandi banche alzano i target: da Goldman Sachs a UBP
Nonostante la volatilità di breve periodo, le grandi istituzioni finanziarie restano fortemente positive sull'oro nel medio-lungo termine. Goldman Sachs mantiene un target di 5.400 dollari/oncia, mentre la banca privata svizzera Union Bancaire Privée (UBP) ha annunciato di stare gradualmente incrementando l'esposizione all'oro nei portafogli discrezionali dei clienti — dopo aver ridotto la quota dal 10% al 3% in risposta alla crisi Iran. Secondo UBP, le prospettive di lungo periodo «rimangono intatte». C'è addirittura chi si spinge fino a un target di 6.000 dollari/oncia, ipotesi che — alla luce dei dati attuali — appare meno fantascientifica di quanto sembrasse qualche mese fa. Il sentiment sull'oro misurato dall'indicatore normalizzato di EODHD ha raggiunto il valore massimo di 1,0 nella giornata odierna, con una media della settimana superiore a 0,85, confermando un clima di acquisto diffuso tra gli operatori istituzionali.
Il contesto macro: inflazione, Fed e dollaro
L'oro non sale solo per ragioni geopolitiche. Alla base del rally pluriennale c'è un cocktail di fattori macro che si sono intensificati nel corso del 2025-2026:
- Inflazione persistente: con il petrolio sopra i 100 dollari e le supply chain ancora sotto stress, le aspettative di inflazione sono tornate a salire, riducendo le probabilità di tagli aggressivi da parte della Federal Reserve
- Dollaro volatile: il biglietto verde, pur rafforzandosi oggi (+0,4%), ha mostrato segnali di debolezza strutturale nel lungo periodo, rendendo l'oro più appetibile come riserva di valore
- Acquisti delle banche centrali: i dati del World Gold Council confermano che la liquidità del mercato dell'oro è rimasta elevata anche durante la correzione di marzo, con i volumi di scambio che si sono mantenuti su livelli storicamente alti
L'argento (SI.COMM), spesso considerato il «fratello minore» dell'oro, ha invece mostrato maggiore debolezza oggi, scivolando a 74,82 dollari/oz con un calo di circa -2,2%, in linea con la sua maggiore sensibilità al ciclo industriale.
Implicazioni per gli investitori italiani
Per gli investitori retail italiani, l'oro rappresenta oggi una delle asset class più discusse e accessibili. Esistono diverse modalità di esposizione:
- ETC fisici quotati su Borsa Italiana, come quelli di WisdomTree (PHAU.MI, BULL.MI) o iShares (IGLN.MI), che replicano il prezzo spot dell'oro in dollari o con copertura valutaria in euro
- ETF tematici su minatori auriferi (VanEck Gold Miners, GDX.MI), con leva operativa rispetto al prezzo del metallo
- Futures GC per gli investitori più sofisticati, con la consapevolezza dell'elevata volatilità
È tuttavia fondamentale considerare il rischio di cambio EUR/USD: un rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro ridurrebbe i rendimenti in valuta domestica. Dopo un rally così sostenuto — con l'oro che ha quasi raddoppiato in 15 mesi — la volatilità di breve periodo potrebbe aumentare, soprattutto in caso di de-escalation geopolitica o di segnali di rallentamento dell'inflazione. Gli analisti suggeriscono di considerare l'oro come una componente di diversificazione del portafoglio (5-10% degli asset), non come una scommessa direzionale.
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