Petrolio in rialzo con rivolte in Iran. Piano di Trump per ridurre i prezzi

Petrolio in rialzo con rivolte in Iran. Piano di Trump per ridurre i prezzi

Dopo i cali dovuti alla cattura di Nicolas Maduro, il greggio torna a salire per l’escalation delle tensioni geopolitiche ma l’eccesso di offerta potrebbe spingere di nuovo al ribasso i prezzi.

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Sale il petrolio

Salgono i prezzi del petrolio questa mattina, dopo le rivolte in piazza, proseguendo al rialzo dopo i recuperi delle perdite dei giorni scorsi dovuti alla situazione in Venezuela.

Con una crescita dello 0,80% ognuna, il Brent sale a 62,50 dollari e il greggio WTI si porta a 58,20 dollari al barile, con un guadagno delle ultime 5 sedute arrivato al 2,60%.

Proteste in Iran

"I colli di bottiglia nel flusso di barili sanzionati e i segnali di domanda costante sembrano controbilanciare, almeno per ora, lo scenario di un eccesso di offerta previsto per il 2026", secondo Priyanka Sachdeva, analista senior di mercato presso Phillip Nova. "L'escalation delle tensioni geopolitiche aggiunge slancio all'attuale andamento dei prezzi del petrolio”, ha aggiunto.

Mentre proseguono le manifestazioni in Iran, il presidente Usa ha avvertito di una risposta “dura” se Teheran dovesse causare la morte dei manifestanti nelle grandi mobilitazioni di questi giorni, riaccendendo le preoccupazioni per potenziali interruzioni dell’approvvigionamento da parte di uno dei maggiori produttori dell’Opec.

In Iran è stato segnalato ieri un blackout nazionale di internet, secondo quanto riferito dal gruppo di monitoraggio NetBlocks, mentre le proteste nella capitale Teheran, nelle principali città di Mashhad e Isfahan e in altre zone del paese per le difficoltà economiche sono proseguite.

Tuttavia, “le scorte globali sono in aumento e l'eccesso di offerta resta il principale fattore che potrebbe limitare i rialzi”, spiegano da Haitong Futures, “a meno che i rischi legati all'Iran non aumentino, il rimbalzo è probabilmente limitato e difficile da sostenere”.

La situazione in Venezuela

I timori di un immediato aumento delle forniture di petrolio venezuelano si sono anche attenuati dopo che il Senato degli Stati Uniti ieri ha approvato una risoluzione che vieta al Presidente Trump di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza l’approvazione del Congresso.

Gli analisti hanno anche espresso l’opinione che la produzione di petrolio nel paese difficilmente aumenterà in modo significativo nel breve termine, nonostante l’intervento degli Stati Uniti.

"L'aumento dei prezzi è stato dovuto principalmente all'affermazione di Trump di voler controllare le esportazioni di petrolio del Venezuela, il che potrebbe portare a un aumento dei prezzi rispetto alle vendite precedentemente scontate", secondo Tina Teng, stratega di mercato presso Moomoo ANZ.

Trump ha chiesto che il Venezuela conceda agli Stati Uniti pieno accesso al suo settore petrolifero pochi giorni dopo la cattura di Maduro avvenuta sabato. Funzionari statunitensi hanno dichiarato che Washington controllerà indefinitamente le vendite e i ricavi petroliferi del paese.

Fonti dei media rivelano che il colosso petrolifero Chevron, le case di trading internazionali Vitol e Trafigura e altre aziende stanno competendo per ottenere contratti con il governo statunitense per esportare petrolio greggio dal Venezuela. Le aziende stanno contestando i primi accordi per commercializzare fino a 50 milioni di barili di petrolio che la compagnia petrolifera statale PDVSA ha accumulato nelle scorte a causa di un severo embargo petrolifero che ha comportato il sequestro di quattro petroliere.

"Il mercato si concentrerà nei prossimi giorni sull'esito relativo a come il petrolio venezuelano in deposito verrà venduto e consegnato. Le preoccupazioni per un eccesso di offerta potrebbero persistere se non verranno posti limiti alle vendite", ha sottolineato Teng.

Il piano di Trump

In questa situazione, il Wall Street Journal rivela il piano di Trump per ridurre i prezzi del petrolio a 50 dollari al barile, alleviando i costi dei consumatori Usa e allontanando le mani russe e cinesi, da anni protese sulla produzione di Caracas.

Il presidente punta ad assoggettare stabilmente le riserve venezuelane di greggio e controllare tutta la produzione petrolifera in Occidente.

Il piano, però, deve affrontare le politiche di Russia, Cina e dell’Opec+, di cui il Venezuela è tra i fondatori, che non hanno certo l’interesse di veder scendere ulteriormente le quotazioni. Dall’altra, ma restiamo sullo stesso lato ci si riferisce ai prezzi, proprio le major Usa, che lucrano sui rincari e sono disincentivate a investire miliardi nella ricerca di nuovi barili con i bassi prezzi, come gli attuali.

Fitch prevede prezzi più bassi nel 2026

Malgrado il rimbalzo di questi giorni, il greggio vale la metà rispetto al 2023, per un mercato in cui da anni l’offerta, pur limitata dai tagli alla produzione, eccede la domanda.

“Gli incentivi agli investimenti in Venezuela rimangono limitati in un mercato globale in eccesso di offerta” ha scritto ieri Fitch Ratings, che stima un ulteriore calo dei prezzi petroliferi nel 2026, in gran parte dovuto al ripristino delle quote di mercato dell'Opec+.

La società di analisi prevede che “le major Usa continueranno a concentrarsi sul consolidamento e sulla riduzione dei costi per gestire la debolezza dei prezzi petroliferi, inclusa la possibilità di tagli degli investimenti in caso di ulteriore ribasso delle quotazioni”. È l’esatto contrario di quel che Trump sta chiedendo a Big Oil di fare.

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