Petrolio, volatilità record e rischio geopolitico: scenari per WTI e Brent dopo la crisi in Medio Oriente

09/03/2026 15:30
Petrolio, volatilità record e rischio geopolitico: scenari per WTI e Brent dopo la crisi in Medio Oriente

Il mercato del petrolio entra in una fase di volatilità estrema, con prezzi spinti dall’aumento del rischio geopolitico e dai timori di interruzioni nelle rotte energetiche globali. L’attenzione degli investitori è concentrata sullo Stretto di Hormuz e sulle infrastrutture del Golfo, mentre il greggio reagisce sempre più a scenari di shock fisico dell’offerta. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il mercato si stabilizzerà su livelli elevati oppure se si aprirà una fase di vero shock energetico globale.

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Volatilità e premio al rischio geopolitico

Il petrolio apre la settimana con un movimento rialzista causato dalla paura degli investitori per lo shock di offerta. Dopo il violento spike in apertura fino a sfiorare 120 dollari sia sul Brent che sul WTI e il successivo riassorbimento sotto area 100 dollari, il messaggio del mercato resta, comunque, molto chiaro: la volatilità è estrema e il premio al rischio geopolitico è aumentato rispetto alla scorsa settimana. A dirlo è di Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, secondo cui il fatto stesso che i prezzi abbiano potuto spingersi così in alto in poche ore conferma quanto il mercato sia sensibile a qualsiasi notizia su Hormuz, sui flussi dal Golfo e sulle infrastrutture energetiche regionali. Nelle ultime 24 ore i benchmark internazionali hanno toccato i livelli più alti dal 2022, con movimenti eccezionalmente ampi legati ai timori di interruzioni su larga scala dell’offerta di greggio.

Il punto centrale, spiega Diodovich, è che il petrolio non sta più reagendo solo a dichiarazioni aggressive o a titoli di agenzia: sta reagendo alla percezione che la situazione sullo Stretto di Hormuz possa trasformarsi in un blocco più lungo e più costoso del previsto. Il mercato sta trattando questa crisi come un potenziale shock fisico sull’offerta globale. La “backwardation” elevata (ovvero la particolare situazione in cui il prezzo del petrolio sui contratti future a breve scadenza è più alto rispetto a quello dei contratti a lunga scadenza), il rally dei prodotti raffinati e l’impennata dei prezzi del greggio segnalano proprio questo per Diodovich: scarsità immediata, non soltanto paura astratta.

Shock energetico e confronto storico

Questa crisi può essere peggiore di quelle degli anni ’70? Come spiega Diodovich, gli shock degli anni ’70 furono più violenti e soprattutto più persistenti. Sul piano della durata e della profondità macroeconomica, oggi non siamo ancora a quel livello. Però, sottolinea l'analista di IG Italia, questa crisi ha già una natura simile: nasce da un grande shock geopolitico in Medio Oriente, colpisce una rotta energetica cruciale e riporta in primo piano il rischio di stagflazione.

La vera differenza rispetto agli anni ’70 è strutturale per Diodovich. Oggi le economie avanzate sono meno dipendenti dal petrolio in termini di intensità energetica, le banche centrali hanno più credibilità e gli stock di emergenza sono meglio organizzati. Questo rende l’economia globale un po’ più resiliente. Ma attenzione: la dipendenza dal Golfo per i flussi marittimi resta enorme, e se il blocco di Hormuz si prolungasse davvero per settimane, anche il paragone con i grandi shock storici smetterebbe di essere solo evocativo e diventerebbe molto più concreto.

Un aiuto concerto in questi casi può arrivare dalle riserve strategiche. Queste, sottolinea Diodovich, servono proprio quando c’è una grave interruzione fisica dell’offerta, o un rischio credibile che tale interruzione possa provocare una disfunzione di mercato molto pesante. Non sono uno strumento pensato per tenere bassi i prezzi in modo permanente, né per annullare un trend rialzista strutturale. La loro funzione, precisa Diodovich, è soprattutto quella di guadagnare tempo: immettere barili sul mercato mentre si cerca di ripristinare i flussi.

Al momento, puntualizza Diodovich, le riserve strategiche non saranno usate ma potrebbero essere utilizzate solamente per attenuare il panico sui mercati, coprendo vuoti temporanei di offerta. Se il conflitto si prolungasse e lo stretto di Hormuz restasse fortemente compromesso, le riserve strategiche non potrebbero bastare da sole a neutralizzare il problema.

Gli scenari a un mese per WTI e Brent

Se nelle prossime settimane dovessimo assistere a un conflitto ancora aperto ma con una riapertura anche parziale di Hormuz, lo scenario più probabile resta quello di un petrolio stabilmente alto ma senza nuovi spike rialzisti. In questo caso, IG Italia prevede che il WTI possa muoversi in un corridoio fra 95 e 115 dollari e il Brent fra 100 e 120 dollari entro un mese: livelli compatibili con traffico marittimo parziale, minacce ancora elevate e capacità di compensazione solo incompleta da parte di altri produttori o delle scorte.

Se invece il conflitto dovesse protrarsi con nuovi danni a infrastrutture nel Golfo, ulteriori tagli produttivi in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita o Emirati, e soprattutto con un blocco persistente di Hormuz, allora il mercato entrerebbe in una fase diversa: non più solo premio al rischio, ma vero pricing di uno shock energetico globale. In quel caso, si legge nel report di IG Italia, nel giro di un mese il WTI potrebbe salire verso 120-150 dollari e il Brent verso 125-160 dollari, con punte anche superiori a $200 nelle sedute più caotiche.

Lo scenario ribassista esiste ma con minori probabilità. Richiederebbe, osserva Diodovich, una combinazione abbastanza precisa: ripresa del traffico nello Stretto, assenza di nuovi attacchi contro asset energetici regionali, segnali politici di contenimento e magari anche un rilascio coordinato di scorte che convinca il mercato che il peggio è alle spalle. Solo in quel caso, ipotizza IG Italia, il WTI potrebbe tornare in area 80-90 dollari e il Brent in area 85-95 dollari entro un mese. Ma allo stato attuale il mercato non sembra ancora pronto a prezzare con convinzione una vera normalizzazione.

Impatto su inflazione ed economia

Il FMI ha già avvertito che un aumento del 10% del petrolio, se mantenuto per gran parte dell’anno, può aggiungere circa 0,4 punti percentuali all’inflazione globale. IG Italia ritiene che un incremento duraturo di 10 dollari al barile possa valere circa 0,2-0,3 punti percentuali di inflazione in più. Se i prezzi petroliferi restassero stabilmente sopra 100 dollari e magari verso 110-120 dollari per settimane o mesi, il colpo su inflazione e aspettative inflazionistiche sarebbe significativo.

Per l’Europa il problema è doppio: non c’è solo il petrolio, ma anche l’aumento del prezzo su gas, che si riflette sul costo dei trasporti e della logistica. La Commissione europea e la Bce hanno già mostrato in passato che gli shock energetici sottraggono reddito reale alle economie importatrici e tendono a rallentare la crescita mentre spingono in alto l’inflazione. È esattamente il meccanismo da cui nasce il timore di stagflazione. Per l’Italia la situazione è molto delicata, conclude Diodovich, perché il nostro sistema produttivo resta particolarmente legato ai costi energetici.

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