Prezzi petrolio, il “premio Medio Oriente” resterà nel lungo periodo

Tra produzione ancora compromessa, flussi energetici incerti e ricostruzione delle riserve strategiche, il greggio resta sostenuto da un premio geopolitico destinato a durare, con implicazioni rilevanti per inflazione e crescita globale.
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Le conseguenze del conflitto in Medio Oriente
Gli eventi in Medio Oriente hanno avuto un impatto molto significativo sui prezzi del petrolio nel primo trimestre dell’anno. La quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto in modo rilevante i flussi energetici, a un livello mai visto prima. Come si legge nel commento di Malcolm Melville, Fund Manager Commodities di Schroders, normalmente circa 20 milioni di barili al giorno (mb/g) di petrolio transitano attraverso lo Stretto, ma questo volume è sceso a 2–3 mb/g, per lo più petrolio iraniano diretto verso la Cina.
Non potendo esportare petrolio, spiega Melville, i Paesi coinvolti hanno inizialmente riempito gli stoccaggi interni e, una volta saturi, non hanno avuto altra scelta se non fermare la produzione. Al momento, precisa Melville, circa 10 mb/g di produzione petrolifera sono stati interrotti. Questa cifra è inferiore ai volumi pre-conflitto dello Stretto, poiché alcune pipeline sono state utilizzate per aggirarlo, in particolare dall’Arabia Saudita.
L’interruzione ha portato i prezzi del petrolio a circa 120 dollari al barile (bbl), con il greggio mediorientale e i prodotti raffinati scambiati a livelli mai visti prima. Melville fa un esempio: il carburante per jet a Singapore a un certo punto ha raggiunto i 220 dollari al barile, rispetto agli 82 dollari al barile prima del conflitto.
All’8 aprile, Iran e Stati Uniti sembrano aver fatto un passo indietro rispetto all’escalation e hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Entrambe le parti rivendicano la vittoria e l'ultimo round di colloqui non ha portato a una soluzione. Anzi alle 16 italiane di oggi dovrebbe iniziare il blocco di tutto il traffico marittimo in entrata o in uscita dai porti e dalle zone costiere iraniane, deciso dal presidente Trump con l'obiettivo di aumentare la pressione su Teheran.
Cosa significa questo per il prezzo del petrolio?
La situazione è complessa e potrebbe cambiare in qualsiasi momento, ma alcune cose sono chiare. Al di là del blocco di oggi, cosa servirebbe per migliorare la situazione? Secondo Melville, il numero di navi che attraversano lo Stretto deve aumentare rapidamente nelle prossime due settimane affinché il mercato petrolifero si convinca che la crisi è finita. Non è sufficiente se le navi salgono a 20 o 30 unità, considerando che prima della guerra erano circa 130-150.
Se il traffico navale raggiungesse il 75% dei livelli pre-bellici, ciò rappresenterebbe una quasi normalizzazione dei flussi per Melville, anche considerando l’attuale utilizzo delle pipeline che prima non operavano a piena capacità.
Tuttavia, osserva Melville, mentre il traffico marittimo potrebbe tornare rapidamente alla normalità, ci vorranno settimane o addirittura mesi affinché la produzione torni ai livelli precedenti, dato il blocco di 10 mb/g e i danni ad alcune infrastrutture. Questo significa che, precisa Melville, i prezzi del petrolio a breve termine (per consegna immediata) difficilmente torneranno rapidamente ai livelli pre-conflitto. L’incertezza sui tempi di ripresa della produzione dovrebbe sostenere i prezzi. Inoltre, l’esito di eventuali negoziati è incerto: ci sono già stati tre tentativi falliti, quindi, non vi è alcuna garanzia di successo.
La ricostruzione delle riserve strategiche sosterrà i prezzi
Nel lungo periodo, evidenzia Melville, il conflitto ha evidenziato sia la vulnerabilità del sistema energetico sia la carenza di riserve strategiche in molti Paesi. Questo rappresenta un fattore positivo per i prezzi del petrolio nel lungo termine. Solo la Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti (SPR) dovrebbe acquistare 1 mb/g (milioni di barili al giorno) per 18 mesi per tornare ai livelli normali. Considerando che la domanda globale di petrolio è cresciuta mediamente di 1 mb/g negli ultimi anni, si tratta di un aumento significativo della domanda.
Non è certo che gli Stati Uniti ricostituiranno la Riserva Strategica di Petrolio a questo ritmo, osserva Melville, ma il conflitto ha messo in evidenza la vulnerabilità di molti Paesi. Non sarebbe sorprendente se i paesi asiatici ed europei, più colpiti e con riserve limitate, cercassero di rafforzarle nei prossimi anni. Questi fattori di lungo periodo dovrebbero sostenere i prezzi nel medio termine.
Il prezzo del petrolio manterrà probabilmente un “premio Medio Oriente”
Lo scenario più ribassista per il mercato petrolifero, secondo Melville, sarebbe la completa rimozione delle sanzioni all’Iran, mantenendo però quelle alla Russia. Se il mercato fosse convinto che l’Iran abbia un governo orientato verso l’Occidente, il premio di rischio legato al Medio Oriente scomparirebbe. L’offerta futura di petrolio migliorerebbe significativamente, poiché l’Iran ha la capacità di aumentare la produzione, in un modo che il Venezuela, ad esempio, non possiede.
Schroders Continuerà ad adeguare le posizioni man mano che il conflitto in Medio Oriente evolve. Qualunque sia l’esito, Schroders ritiene fortemente che questi eventi abbiano innalzato il livello minimo del prezzo del petrolio di lungo periodo in tutti gli scenari, a eccezioni di uno, quello in cui l’Iran diventi un Paese orientato verso l’Occidente, un esito che Schroders ritiene improbabile.
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