Petrolio, non bastano le misure d’emergenza di USA e AIE

Gli Stati Uniti e l’AIE hanno cercato di far ridurre i prezzi del greggio ma il blocco dello Stretto di Hormuz sembra ancora essere più forte e il Brent si mantiene sopra quota 100 dollari.
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Prezzo del petrolio oggi
Sembrano non aver alleviato troppo le misure decise in queste ore per cercare di ridurre i prezzi del petrolio, ancora sostenuti a causa della situazione geopolitica in Medio Oriente.
Questa mattina il Brent resta sopra quota 100 dollari al barile (101,20 dollari), mentre il greggio WTI sale leggermente e si porta a 95,90 dollari al barile.
Il prezzo del barile è aumentato di oltre 27 dollari, ovvero del 38%, nelle quasi due settimane trascorse dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio, passando da 72,50 dollari prima dello scoppio a oltre 100 dollari.
La volatilità ha raggiunto livelli senza precedenti: mentre lunedì il prezzo del barile si avvicinava ai 120 dollari, nel giro di poche ore è crollato a circa 90 dollari dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha previsto una rapida risoluzione del conflitto e ha addirittura dichiarato che la guerra è "quasi finita". Nonostante le dichiarazioni del presidente americano, e visti i segnali di un'escalation del conflitto con il passare dei giorni, il petrolio Brent è tornato a 100 dollari.
Le mosse dell’Occidente
Le misure allo studio dei paesi occidentali per arginare l’aumento dei prezzi ha visto l’amministrazione statunitense concedere un’autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare.
Inoltre, ieri l’Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) ha annunciato il rilascio coordinato fino a 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche per fronteggiare le disruption del mercato energetico.
Nonostante queste mosse, restano le preoccupazioni legate al blocco dello Stretto di Hormuz, ribadito ieri sera da Mojataba Kamenei nella prima comunicazione ufficiale al Paese.
“Diverse petroliere cariche di greggio iracheno stanno bruciando nel Golfo Persico, al largo della costa di Bassora, avvolte dalle fiamme e riversando petrolio in fiamme in mare», ha dichiarato a Reuters Tony Sycamore, analista di IG, ritenendo che “questo sembra rappresentare una risposta iraniana diretta e decisa all'annuncio dell'AIE di un massiccio rilascio di riserve strategiche, volto a frenare l'impennata dei prezzi”.
Il perché del fallimento
Per quanto riguarda il piano dell'AIE, l'agenzia ha finora pubblicato solo le cifre complessive dell'accordo e le preoccupazioni del mercato si concentrano su come e con quale ritmo questi barili raggiungeranno il mercato. Come condizione per l'adesione, i Paesi si impegnano a mantenere riserve petrolifere di emergenza equivalenti a 90 giorni di importazioni nette. In totale, queste riserve ammontano a circa 1,2 miliardi di barili. In caso di gravi interruzioni dell'approvvigionamento, queste riserve possono essere rilasciate sul mercato per facilitare il flusso di petrolio greggio dove è necessario.
In passato, quando sono state rilasciate riserve, i prezzi hanno generalmente registrato un calo nel medio termine, seppur con un iniziale rimbalzo. Tuttavia, dall'inizio del conflitto, i prezzi sono stati così volatili che può risultare difficile distinguere l'impatto di un aumento delle forniture, di eventuali dichiarazioni contraddittorie di Trump o degli attacchi sul terreno in Medio Oriente. Gli esperti concordano sul fatto che, qualora la guerra dovesse protrarsi, il rilascio delle riserve avrà un effetto limitato.
Interrogato sul perché il prezzo del petrolio stia nuovamente aumentando nonostante la decisione dell'AIE, Warren Patterson, responsabile delle materie prime presso ING, risponde che "in primo luogo, non vi sono segnali di allentamento delle tensioni nel Golfo Persico, quindi non si intravede la fine delle interruzioni nel flusso di petrolio".
Inoltre, in merito al rilascio coordinato dall'AIE, "sussistono preoccupazioni circa la velocità con cui questo petrolio raggiungerà il mercato e se la quantità sarà sufficiente". A suo avviso, "l'unico modo per far sì che i prezzi del petrolio continuino a scendere costantemente è che il petrolio possa fluire attraverso lo Stretto di Hormuz. Se ciò non accade, i massimi di mercato devono ancora arrivare".
Il flusso proveniente dalle riserve strategiche dell'AIE, per le quali non sono ancora stati pubblicati i dati, "non è nulla in confronto ai 20 milioni di barili al giorno di interruzione causati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz", ha dichiarato a Bloomberg Neil Beveridge, direttore della ricerca presso Sanford C. Bernstein. Secondo i calcoli di Reuters, il rilascio potrebbe immettere sul mercato ulteriori 100 milioni di barili in un mese, ovvero 3,3 milioni di barili al giorno, una quantità molto esigua rispetto ai 20 milioni di barili bloccati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Minore aumento della domanda
La stessa AIE prevede un drastico calo della domanda globale di petrolio a marzo e aprile a causa delle numerose cancellazioni di voli e del ridotto utilizzo di gas di petrolio liquefatto. L'agenzia ha avvertito che il conflitto rappresenterà "la più grande interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale". L'aumento dei prezzi e il suo impatto sulla crescita economica suggeriscono anche una minore domanda di petrolio greggio per l'intero anno.
L'AIE prevede ora che il consumo globale di petrolio aumenterà di 640.000 barili al giorno, una revisione al ribasso rispetto alla previsione di febbraio di 850.000 barili al giorno. "La produzione a monte, sospesa, impiegherà settimane e, in alcuni casi, mesi per tornare ai livelli pre-crisi, a seconda della complessità del giacimento e del momento in cui lavoratori, attrezzature e risorse faranno ritorno nella regione", spiegavano dall'agenzia.
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