Proprietà estera record sui titoli USA, focus sulle azioni

26/01/2026 07:15
Proprietà estera record sui titoli USA, focus sulle azioni

La narrazione del dollar debasement non trova riscontro nei dati ufficiali della Fed, secondo i quali nel 3Q25 i titoli statunitensi in mano estera hanno raggiunto il massimo storico. Fa eccezione la Cina, che dal 2013 al 2025 ha ridotto i Treasury di 611 miliardi di dollari, pari al 48% della propria esposizione

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM

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Inizia la settimana del meeting delle Fed: non ci aspettiamo nessun taglio dei tassi, così come non se le aspetta il 96% dei trader (secondo il FedWatch Tool). A livello di dati, oggi è atteso l’IFO di gennaio (stima 88,3 punti contro 87,6 di dicembre). In settimana è attesa la produttività USA del 3Q25 e il PIL dell’Europa QoQ del 4Q2525Q

L’operazione di “svalutazione del dollaro” (dollar debasement trade) ha guadagnato slancio l’anno scorso, a causa del tono imprevedibile e protezionista dell’amministrazione Trump, oltre che dell’elevato disavanzo del bilancio federale americano. A riprova, nel 2025 i prezzi dell’oro e dei metalli sono aumentati, mentre l’indice del dollaro è sceso del 9,4%, il peggior anno dal 2017 e il quarto peggiore di questo secolo.

Più il dollaro crollava l’anno scorso, più aumentavano i discorsi sulla de-dollarizzazione e sulla fine dell’eccezionalismo americano. I titoli dei giornali urlavano “il lungo addio del dollaro”, “la fine della moneta sana negli Stati Uniti” e “chi comprerà adesso il debito americano?”. Non è la prima volta che i titoli dei giornali erano lontani dalla realtà. I fatti hanno invece mostrato qualcosa di diverso: mentre il mondo chiacchierava di abbandonare il dollaro, gli investitori esteri aumentavano l’esposizione ai titoli statunitensi. Lo confermano gli ultimi dati sui flussi finanziari della Fed.

Alla fine del terzo trimestre 2025, la proprietà estera di titoli statunitensi (cioè Treasury USA, obbligazioni delle agenzie governative, obbligazioni societarie e azioni USA) ha raggiunto il massimo storico di 35.000 miliardi di dollari, in aumento del 72% rispetto all’inizio di questo decennio. Dal 2010, la proprietà estera di titoli USA è più che triplicata, mentre dall’inizio di questo secolo è aumentata di oltre dieci volte. Nessun altro paese al mondo attira tanto capitale estero quanto gli Stati Uniti.

Gli investitori esteri preferiscono le azioni alle obbligazioni. Secondo gli ultimi dati, le partecipazioni estere in azioni USA, Treasury e obbligazioni corporate USA sono oggi ai massimi storici. I dati sugli acquisti netti esteri del Tesoro USA indicano che nel 2025 gli investitori esteri hanno comprato più asset statunitensi rispetto al 2024, non meno. Alla fine del terzo trimestre dello scorso anno, gli investitori esteri detenevano circa 19.600 miliardi di dollari in azioni statunitensi, in aumento del 20,4% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un record e di una solida prova che gli investitori esteri sono ottimisti sulle azioni USA tanto quanto gli investitori americani.

Nel frattempo, investitori “affamati di rendimento” (yield-hungry) provenienti da Giappone, Medio Oriente ed Europa detenevano circa 9.300 miliardi di dollari in Treasury USA alla fine del terzo trimestre, in aumento del 6,4% rispetto all’anno precedente. La proprietà estera di obbligazioni corporate USA ammontava a 4.800 miliardi di dollari nel terzo trimestre, in crescita del 7,8% su base annua, mentre la proprietà estera dei titoli delle agenzie governative è rimasta stabile a 1.400 miliardi di dollari.

La domanda estera di titoli statunitensi rimane quindi piuttosto solida, nonostante un contesto politico negli Stati Uniti mutevole e incerto. Ciò che spinge gli investitori stranieri a tornare a comprare ancora titoli USA è semplicemente il fatto che l’economia americana resta tra le più forti, resilienti e innovative al mondo e, al momento, sta crescendo a uno dei ritmi più rapidi a livello globale.

Nella prima metà di questo decennio, il divario della crescita economica tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, in particolare l’Europa, si è ulteriormente ampliato, alimentando la domanda estera di titoli USA. A sostenere ancora di più tale domanda contribuisce il fatto che le aziende statunitensi restano campioni globali in numerosi settori chiave, dall’agricoltura all’aerospazio, dall’intrattenimento all’energia, dalla tecnologia ai trasporti e praticamente tutto ciò che sta in mezzo. In questo contesto, e anche tenendo conto della sovraperformance dell’azionario non statunitense registrata l’anno scorso, l’azionario USA ha nettamente sovraperformato il resto del mondo in questo decennio. Se l’indice MSCI All-Country World Index è in rialzo del 108% in termini di rendimento totale dall’inizio del 2020, lo stesso indice, escludendo gli Stati Uniti, segna un aumento di appena il 73%. In questo decennio, i rendimenti totali dell’S&P 500 sono pari al 136%. Queste sono le buone notizie.

Quelle più preoccupanti rappresentano l’altra faccia della medaglia: gli investitori esteri svolgono un ruolo cruciale nei mercati dei capitali statunitensi e potrebbero uscire da tali mercati a causa dell’impronta protezionista e “imperiale” dell’amministrazione Trump. Gli investitori esteri possiedono infatti circa il 31,3% dei Treasury USA negoziabili e detengono una quota rilevante di azioni USA (20%). Nel frattempo, gli stranieri rappresentano quasi il 37% della proprietà delle obbligazioni corporate statunitensi. Una partecipazione significativa, in grado di muovere il mercato sia al rialzo sia al ribasso. Tutto quanto sopra è un altro modo per dire che gli investitori esteri hanno molto in gioco rispetto alle varie politiche dell’amministrazione Trump. E, per estensione, lo ha anche l’America fortemente indebitata.

Il modo in cui gli stranieri allocano i loro risparmi in eccesso a livello globale è quindi di importanza strategica per gli Stati Uniti, data la loro dipendenza pluridecennale dal capitale estero per contribuire a finanziare le necessità di indebitamento del governo e ad oliare gli ingranaggi finanziari dell’economia americana. Per decenni, il deficit di risparmio dell’America è stato compensato importando l’eccesso di surplus di capitale del resto del mondo. Detto questo, in un contesto di ampi disavanzi di bilancio USA, livelli di debito elevati e un’amministrazione più interessata a recidere i legami con il mondo che a rafforzarli, l’ultima cosa di cui gli Stati Uniti hanno bisogno in questo momento è che gli investitori esteri fuggano o boicottino i titoli statunitensi. A questo punto, non possiamo non parlare della Cina e del Giappone.

La Cina riduce i Treasury USA, il Giappone resta stabile. Come abbiamo messo in luce in passato, gli investitori cinesi hanno ridotto l’esposizione ai Treasury USA per ben oltre l’ultimo decennio. Le disponibilità cinesi di Treasury statunitensi ammontavano a 689 miliardi di dollari nell’ottobre 2025, in calo di circa il 48% rispetto al picco di 1.300 miliardi del 2013. Le disponibilità del Giappone, invece, sono rimaste sopra 1.000 miliardi nell’ultimo decennio, attestandosi a 1.200 miliardi verso la fine dello scorso anno.

I pagamenti di interessi ai creditori esteri continuano a crescere e il costo per gli Stati Uniti in termini di interessi pagati agli investitori esteri è tutt’altro che trascurabile. Nel 2024 i pagamenti di interessi USA verso investitori esteri hanno raggiunto 269 miliardi di dollari, con un balzo del 21,7% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, nella prima metà dello scorso anno, i pagamenti di interessi sono stati pari a 140 miliardi, in aumento del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

Afflussi record di capitali riflettono la fiducia degli investitori esteri nell’economia statunitense e il loro desiderio di “partecipare all’azione” e possedere America. Guardando avanti e data la persistente divergenza di crescita tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, ci aspettiamo che gli afflussi rimangano robusti anche nel 2026. Questo rappresenta un contesto favorevole sia per l’azionario USA sia per un’America con deficit di risparmio.

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