L’oro brilla di nuovo con la tregua in Medio Oriente

L’oro brilla di nuovo con la tregua in Medio Oriente

La materia prima è calata nel corso del conflitto tra Stati Uniti e Iran, andando controcorrente rispetto alla sua funzione di bene rifugio, e oggi torna protagonista grazie alle attese di una politica monetaria più espansiva da parte delle principali banche centrali.

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Quotazioni dell’oro in rialzo

Meno 12%: è questa la performance dell’oro dall’inizio della guerra, la peggiore performance mensile dal 2008. Oggi, però, si cambia registro grazie al cessate il fuoco concordato nella notte italiana tra Stati Uniti Iran, che sparso ottimismo sui mercati, in attesa dei colloqui sulla fine della guerra che dovrebbero partire venerdì prossimo.

Il prezzo spot della materia prima gialla sale fino a toccare i 4.854 dollari (+3%), per poi rallentare a 4.794 dollari l’oncia, mentre il future con scadenza a giugno resta a 4.820 dollari (+2,90%).

Corre di nuovo anche l’argento: spot a 77,20 dollari (+5%) e future a 77,40 dollari l’oncia (+7%).

L’influenza della Fed

Un movimento insolito per il bene rifugio per eccellenza, che solitamente si muove in controtendenza, ma andamento più giustificato se si leggono gli ultimi eventi geopolitici con l'impatto sull'inflazione e con l'aumentata probabilità di rialzi dei tassi d'interesse da parte delle maggiori banche centrali.

Il conflitto in Medio Oriente ha rafforzato il dollaro statunitense e alimentato le scommesse secondo cui la Federal Reserve non sarebbe in grado di ridurre i tassi di interesse qualora l’inflazione dovesse aumentare.

Questa combinazione ha pesato sull’oro, che ha subìto anche pressioni da parte di alcuni investitori che hanno venduto il metallo per coprire perdite altrove.

Quando la Federal Reserve taglia i tassi, i rendimenti di obbligazioni e conti in dollari scendono: l’oro non paga interessi, quindi diventa relativamente più conveniente da detenere. Inoltre tassi più bassi tendono a indebolire il dollaro e aumentare l’aspettativa di inflazione, due fattori che storicamente spingono il prezzo dell’oro verso l’alto.

Tregua ancora fragile

Affinché il rally si mantenga, gli operatori avranno bisogno di conferme sulla durata del cessate il fuoco e sulla normalizzazione dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.

Restano i dubbi che questa pausa nel conflitto possa durare, in quanto per ora sono previste solo due settimane ed è legata a condizioni molto delicate, come la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di negoziati diplomatici. Basta che una delle condizioni salti e il conflitto può ripartire subito.

Inoltre, il nodo centrale (programma nucleare, sanzioni e sicurezza regionale) non è risolto e gli ultimi tentativi di mediazione sono falliti: l’accordo complessivo sembra ancora lontano.

"La spinta dell'oro sopra i 4.800 dollari riflette una ricalibrazione del rischio, piuttosto che un vero e proprio cambio di regime", secondo Ahmad Assiri, stratega di Pepperstone Group Ltd. "Il rialzo suggerisce che i mercati stiano ora scontando una minore probabilità di interruzioni prolungate, pur mantenendo uno sconto significativo rispetto alla situazione pre-Iran", prosegue.

"Nel breve termine, l'oro rimane altamente sensibile agli sviluppi politici. L'attuale cessate il fuoco offre una tregua, ma è condizionato e fragile. Qualsiasi segnale di rottura, in particolare nella zona dello Stretto di Hormuz, reintrodurrebbe probabilmente volatilità" e rischi al ribasso, conclude Assiri.

La Cina acquista oro

Prima della tregua, Bloomberg riferiva di un aumento delle riserve auree cinesi effettuate a marzo, con un aumento di 160.000 once troy per la Banca popolare cinese.

L’istituto centrale asiatico è tra i maggiori acquirenti d'oro al mondo, dimostrando l'importanza del metallo prezioso quale bene rifugio, nonostante le pressioni sui prezzi dovute alla guerra con l'Iran.

Questi acquisti potrebbero contribuire a rafforzare la fiducia degli investitori nel metallo giallo, in un momento in cui altre banche centrali hanno fatto ricorso alle vendite. A marzo, la banca centrale turca ha venduto e scambiato circa 60 tonnellate d'oro, per un valore superiore a 8 miliardi di dollari, per difendere la moneta nazionale.

La corsa all’oro dalle banche centrali, però, non è legato solo agli ultimi sviluppi recenti: sono stati una caratteristica fondamentale del mercato, intensificandosi dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 e contribuendo a una fase rialzista pluriennale.

Molte economie emergenti, infatti, hanno aumentato le allocazioni in lingotti come copertura contro gli asset denominati in dollari statunitensi.

Una stima pubblicata la scorsa settimana dal World Gold Council indica che, nei primi due mesi del 2026, le banche centrali hanno acquisito un netto di 25 tonnellate d'oro, acquisti trainati dalla Banca nazionale polacca che ha acquistato 20 tonnellate a febbraio.

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