Small cap Usa in rimonta, il Russell 2000 supera lo S&P 500 da dieci sedute

16/01/2026 13:30
Small cap Usa in rimonta, il Russell 2000 supera lo S&P 500 da dieci sedute

Wall Street sta cambiando marcia e lo sta facendo in modo visibile: la leadership non è più concentrata solo sulle Big Tech. La corsa delle small cap, la tenuta dei dati macro e i segnali in arrivo da trimestrali e obbligazionario stanno ridisegnando la mappa del rischio, con gli operatori che aumentano l’esposizione all’azionario ma senza rinunciare a coperture contro shock improvvisi.

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La rivincita delle small cap americane

C’è un cambio di passo che va oltre il semplice segno più registrato nelle ultime chiusure. Dieci sedute consecutive di sovraperformance delle small cap di Wall Street, misurate attraverso l'indice Russell 2000, rispetto allo S&P 500 non rappresentano rumore statistico: sono un evento che non si vedeva dal 2008. Come si legge nella nota di Gabriel Debach, market analyst di eToro, questo dato certifica che la narrazione sta virando verso un “risk on” diffuso e corale, con la liquidità che smette di cercare esclusivamente riparo nelle Big Tech e si spinge verso la parte più ampia e “terrena” dell’economia statunitense.

Il dettaglio che rende il movimento ancora più significativo è il contesto: tutto avviene mentre i rendimenti salgono e la curva si appiattisce. Non è quindi una reazione a un costo del capitale in discesa, ma l’effetto di aspettative che si stanno spostando con decisione sugli utili, in accelerazione più rapida del costo del denaro. È qui che, secondo Debach, la storia cambia davvero e prende forma una nuova chiave di lettura del mercato.

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A sostenere questo passaggio c’è un terreno macro che, nelle ultime indicazioni, ha ridimensionato le paure di recessione. Il mercato del lavoro Usa viene descritto come ancora “granitico”, con le richieste di sussidi scese a 198mila unità, ben sotto le attese. A questo si aggiungono i segnali manifatturieri legati a Empire e Philly Fed, che tornano a puntare verso l’espansione: un uno-due che ha rafforzato l’idea di un’economia americana capace di accelerare.

La ripresa della crescita reale, spiega Debach, ha trovato una sponda perfetta nella stagione delle trimestrali, con due conferme considerate cruciali per la tenuta del bull market. Da un lato TSMC, indicata come il cuore pulsante dell’hardware globale, non solo ha mostrato un balzo del 35% negli utili, ma ha anche alzato l’asticella con una guidance di crescita delle vendite del 30% per quest’anno. E soprattutto, sul piano geopolitico, è stato annunciato un patto commerciale Usa-Taiwan che prevede investimenti per 250 miliardi di dollari nel settore dei semiconduttori e sgravi fiscali sull’export. Per Debach è un messaggio chiaro: la spesa in Capex per l’AI non è episodica, ma reale e strutturale.

Dall’altro lato, si è riaccesa la finanza più pura. Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno brillato non per il trading routinario, ma per il ritorno deciso dell’Investment Banking e dell’underwriting. Il segnale viene letto come inequivocabile: le aziende sono tornate a fare deal, fusioni e quotazioni, e i ceo descrivono l’assetto attuale come “ideale”.

Il punto che può sembrare un paradosso è che tutto questo si sta materializzando con rendimenti in salita. Ma, osserva Debach, il paradosso esiste solo per chi continua a interpretare il mercato con una lente non aggiornata. Le small cap, che sulla carta sarebbero più vulnerabili ai tassi alti per struttura del debito, stanno invece sovraperformando. Il messaggio implicito, in questa chiave, è uno solo: l’operating leverage atteso supera l’aumento del costo del capitale. Il mercato non sale perché la Fed sarebbe accomodante, sale perché margini e volumi vengono prezzati in accelerazione.

A rafforzare l’equilibrio contribuisce anche il movimento del petrolio: il greggio WTI sotto i 60 dollari, viene descritto da Debach come un elemento che alleggerisce le pressioni inflattive e si comporta come un taglio fiscale implicito per consumatori e imprese, sostenendo il quadro di fondo.

Crollo della paura sui bond

Se macro e utili aiutano a capire il “perché” del rialzo, la struttura interna della volatilità chiarisce il “come” gli operatori si stanno posizionando. La superficie del mercato appare tranquilla, con un VIX in area 15,8 che segnala un’apparente assenza di paura. Eppure, sottolinea Debach, sotto il cofano i grandi gestori non stanno procedendo a cuor leggero: stanno costruendo barricate difensive, mentre aumentano l’esposizione al rischio.

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Il vero segnale di “via libera” per l’azionario, in questo schema, non arriva tanto dalle borse quanto dall’obbligazionario. L’indice MOVE, che misura la volatilità dei Treasury, è collassato a 56 punti, sui minimi a un anno. Per Debach, questo crollo della paura sui bond è il pilastro su cui si regge l’intero assetto: quando i tassi smettono di oscillare in modo violento, i modelli di valutazione dell’equity si stabilizzano e gli investitori riescono a prendersi più rischi. È in questo passaggio che la volatilità bassa diventa carburante per l’azionario.

Allo stesso tempo, il mercato starebbe mostrando una forma di intelligenza difensiva. Il Put/Call ratio a 0,52 segnala una compiacenza evidente sul rialzo: per ogni opzione che scommette sul ribasso, ce ne sono due che puntano sul rialzo. Ma il CBOE SKEW, indicatore che misura il costo delle opzioni “cigno nero” per proteggersi da crolli improvvisi, sopra 150 racconta un’altra storia. Secondo Debach, la folla compra call mentre le mani forti comprano protezione contro eventi estremi. Non è il timore di una correzione ordinaria del 5% a guidare la domanda di copertura, quanto la paura di uno shock di liquidità improvviso in un contesto di leva elevata. Più che una schizofrenia, è la firma di un mercato che si muove con maturità.

Anche la salute del trend rialzista trova conferma nell’ampiezza di mercato, un aspetto che secondo Debach smentisce chi parlava di bolla concentrata su pochi titoli tecnologici. Quasi il 70% delle azioni del Russell 2000 scambia sopra la media mobile a 200 giorni, un dato in forte ascesa che si affianca al 67,5% dello S&P 500. Non è più solo una storia di “Magnifici 7”: è una partecipazione corale che rende il mercato più resiliente.

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