Soft landing per l’economia USA, ma Powell che resta falco


Tognoli fornisce una veloce panoramica della situazione USA e del perché ritiene che Powell manterrà il sistema economico in disequilibrio per gran parte del 2023.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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Dati importanti per capire la febbre dell’economia, in uscita nella settimana che precede le decisioni delle banche centrali sui tassi di interesse. Si comincia martedì alle 15:45 con il PMI composito USA di gennaio (stima 46,4 punti contro 46,2 di dicembre). Mercoledì alle 10:00 è il turno dell’indice IFO di gennaio (stima 90,2 punti contro 88,6 di dicembre). Si prosegue giovedì, dove alle 14:30 saranno resi noti diversi dati USA: le richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione (stima 211k contro 190k della scorsa settimana); gli ordini di beni durevoli di dicembre (stima -2,5 contro -2,1% di novembre) e il PIL del 4Q22 (stima 2,6% contro 3,2% del 3Q22).

Se le stime fossero corrette, confermerebbero l’idea di vedere l’economia USA in fase di atterraggio morbido nel 2023. Non che questo, come abbiamo più volte messo in luce, spingerà Powell ad essere meno falco, soprattutto nel prossimo meeting.

Nel frattempo, vediamo una veloce panoramica della situazione USA e del perché riteniamo che Powell manterrà il sistema economico in disequilibrio per gran parte del 2023. Dopo una crescita stimata dell’1,9% nel 2022, la dinamica del PIL è attesa rallentare nel 2023 e 2024 nell’intorno di un modesto range compreso tra 0,5-0,7%, quale effetto della politica monetaria restrittiva.

Il mercato del lavoro continua a registrare dati migliori del previsto, con la disoccupazione in ulteriore frenata a dicembre al 3,5% (dal 3,6% di novembre). La domanda di lavoro rimane appena al di sotto dei massimi storici, mentre il bacino di lavoratori disponibili continua a ridursi, seguendo il trend secolare iniziato sul fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Questa situazione, unita ad un ritmo di crescita economica più debole e ai previsti licenziamenti annunciati dalle società tecnologiche e del fintech, dovrebbe portare ad un rallentamento delle assunzioni, facendo crescere il tasso di disoccupazione che potrebbe raggiungere il 5% nel 2024 prima di tornare nell’intorno della sua media storica al 4%.

L'inflazione è in fase di rallentamento rispetto ai massimi toccati lo scorso anno. Nel 2023 questa è attesa decelerare significativamente per quattro motivi:

  • il primo statistico: le variazioni sono infatti via via più contenute perché confrontate con basi del 2022 più elevate rispetto al confronto 2021/2022;
  • il secondo, dovuto all’azione della politica monetaria che, solitamente, richiede sei / nove mesi prima di evidenziare qualche concreto effetto;
  • il terzo: se guardiamo al solo dato di gennaio MoM, ci accorgiamo che i prezzi sono proprio scesi dello 0,1%, non sono solo semplicemente rallentati. Potrebbe sembrare poca cosa, ma potrebbe essere il primo segnale che una buona parte della crescita dei prezzi post covid è stata causata dai colli di bottiglia nella supply chain e nella logistica. Colli di bottiglia in via di risoluzione che faranno scendere l’inflazione;
  • l’ultimo motivo è che una parte di inflazione è dovuta all’effetto sostituzione dei fornitori cinesi con fornitori di altre zone del mondo, tra le quali Europa e America. Terminata la fase di sostituzione, i prezzi rimarranno probabilmente più alti, ma smetteranno di aumentare e, quindi, assisteremo ad un calo dell'inflazione.

Non ci aspettiamo tuttavia che il deflatore core PCE (la misura preferita dalla Fed per l'inflazione) possa raggiungere l’obiettivo del 2% prima della fine del 2024.

Politica monetaria dunque ancora restrittiva, con i tassi dei FED funds che potrebbero raggiungere il 5% nel corso del 1Q23 e mantenersi tali per tutto il 3Q23. Solo quando l'inflazione tornerà significativamente e in modo sostenibile verso il 2%, è possibile che la FED torni gradualmente a ridurre i tassi di interesse ad un livello in linea con il tasso neutrale, pari al 2,25%.

C’è un rischio in questo scenario? Ovviamente si. L’aumento dei tassi di interesse non aiuta certo a risolvere il problema della supply chain, come per esempio l’attracco delle navi cargo in attesa in rada nei porti. E se Powell dovesse continuare ad aumentare in modo significativo i tassi, invece di sostenere il processo di sostituzione dei fornitori, in realtà rischia di bloccarlo, facendo un regalo alla Cina.

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