Stretto di Hormuz dichiarato ‘zona di guerra’ e il petrolio sale ancora

Stretto di Hormuz dichiarato ‘zona di guerra’ e il petrolio sale ancora

Il traffico di navi nello stretto si è completamente interrotto per effetto del conflitto in Medio Oriente aggiungendo nuove pressioni sui prezzi del petrolio.

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Stretto di Hormuz dichiarato zona di guerra

Cresce l’allerta per la situazione nello Stretto di Hormuz, tra i principali colli di bottiglia del commercio mondiale di energia, portando così nuovi aumenti ai prezzi del petrolio.

Con il traffico navale quasi completamente interrotto nella zona per effetto della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele verso l’Iran, il settore marittimo internazionale lo ha classificato ieri come “zona di operazioni belliche”, con circa mille navi bloccate nell’area, comprendendo anche il Golfo di Oman e quello Persico.

L'esame dei segnali di navigazione in acqua "indica che il traffico si è ridotto a livelli di una cifra, con solo due transiti commerciali confermati osservati nelle ultime 24 ore", afferma il Joint Marine Information Center, secondo cui le traversate hanno riguardato solo navi cargo e non petroliere. L'organizzazione, riferisce Bloomberg, parla di "pausa temporanea quasi completa del traffico commerciale di routine".

La designazione è stata decisa dal settore marittimo internazionale dopo una riunione tra sindacati e compagnie a livello mondiale, alla luce dell'aumento dei rischi per la navigazione commerciale e delle "centinaia" di navi bloccate nella regione. La decisione risponde alla "portata delle interruzioni e dei rischi a cui sono esposti gli equipaggi civili nella regione", hanno spiegato.

L’importanza dello stretto

La Loyd’s Market Association di Londra calcola che le imbarcazioni ferme nello stretto presentano un valore complessivo superiore ai 25 miliardi di dollari. Secondo l'Organizzazione marittima internazionale (Imo), l'agenzia dell'Onu responsabile della sicurezza in mare, sono circa 20.000 i marittimi e 15.000 i passeggeri di navi da crociera attualmente bloccati nel Golfo.

Attraverso lo stretto transitano normalmente enormi quantità di petrolio e gas provenienti dai Paesi del Golfo e dirette verso Europa, Asia e resto del mondo.

La paralisi del traffico marittimo rischia quindi di avere conseguenze dirette sull’approvvigionamento energetico e sui prezzi delle materie prime.

La crescita dei prezzi del greggio

Così, le quotazioni del Brent toccano un massimo di 85,48 dollari, livello che non vedeva da fine giugno 2024, mentre il greggio WTI si porta a 81,45 dollari al barile.

Il balzo arriva dopo che nelle scorse ore i prezzi del petrolio erano scesi del 2,5% all’inizio delle contrattazioni asiatiche sulla speranza che una serie di opzioni allo studio da parte degli USA finalizzate ad affrontare il picco dei costi energetici dovuti al conflitto.

"Il mercato sembra sorprendentemente resiliente", secondo Naoki Fujiwara, senior fund manager di Shinkin Asset Management, spiegando che "Le preoccupazioni per l'Iran permangono, ma gli investitori sembrano ritenere che questo non sarà un conflitto a lungo termine".

Rischi per l’inflazione

Con il greggio destinato al suo maggiore balzo settimanale dal 2022, gli investitori temono un nuovo picco dell'inflazione, nonostante le valutazioni azionarie rimangano tese dopo un rally alimentato dalle scommesse sull'intelligenza artificiale.

Samantha Dart, responsabile della ricerca sul gas naturale di Goldman Sachs, definisce "possibile" uno scenario in cui il prezzo del Brent superi la soglia dei 100 dollari se lo Stretto di Hormuz dovesse subire diverse settimane di interruzione del flusso di petrolio.

"Ciò che conta ora è se la guerra durerà giorni, settimane o più a lungo", sottolinea Marco Oviedo, senior strategist di XP Investimentos. La possibilità che il conflitto non duri a lungo "rimane l'ipotesi di base e che gli Stati Uniti stiano vincendo la battaglia. Ma il rifiuto dell'Iran di fare marcia indietro mantiene la tensione", ha aggiunto.

"Le interruzioni causate dalla guerra in Iran faranno aumentare l'inflazione non solo attraverso l'impatto diretto sui costi del petrolio, ma anche sui prezzi dei prodotti alimentari, che potrebbero aumentare a causa del colpo ai fertilizzanti e, più in generale, dei danni al commercio globale”, scrive su Bloomberg Garfield Reynolds, Team Leader di MLIV, e “queste dinamiche renderanno gli asset dei mercati emergenti particolarmente vulnerabili, mettendo a rischio le obbligazioni globali".

"Il sentiment generale rimane debole", per Anna Wu, stratega di investimenti cross-asset presso Van Eck Associates, suggerendo agli gli investitori a lungo termine di “mantenere la calma mentre affrontano la volatilità anche ora. Le prospettive a lungo termine per le azioni dei mercati emergenti rimangono intatte".

Oggi, intanto, arriverà il tanto atteso rapporto sull’occupazione negli USA del mese di febbraio, previsto mostrare una moderazione delle assunzioni, dopo un dato positivo a gennaio, e una disoccupazione stabile.

"Più forte è, meglio è, dato l'aumento delle aspettative di inflazione dovuto ai prezzi dell'energia", avvisano da JP Morgan.

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