Usa, inflazione in riduzione, ma si è sovra stimata l’intensità della flessione


I dati confermano che la strada per riportare l’inflazione sotto controllo non è lineare, anche se i mercati sembrano già pensare in modo irrealistico ad una discesa dei tassi, destinati invece a salire ancora.

A cura di Antonio Tognoli, Responsabile Macro Analisi e Comunicazione presso Corporate Family Office SIM


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Nessun dato importante per i mercati in uscita oggi. E’ atteso invece il discorso di Powell riguardo le prospettive economiche e i recenti interventi di politica monetaria, davanti alla Commissione Economica Congiunta a Washington DC. Oggi ci sarà la dichiarazione preparata, mentre domani verrà condotta una sessione di domande e risposte. La due giorni porta normalmente un aumento della volatilità sui mercati.

Che cosa potrebbe dire Powell? Crediamo il presidente della FED respingerà nuovamente l’ottimismo circa un taglio dei tassi nel corso di quest’anno. Del resto, tutti i dati macroeconomici a cominciare dal lavoro, segnalano una economia che continua ad essere forte e che è ben lontana dal vedere ridurre l’inflazione. Almeno questo è quello che si capisce dagli ultimi dati.

Non più tardi della scorsa settimana inoltre, C. Waller, membro del consiglio dei governatori della FED, ha ricordato come il mese scorso ci sia stata una raffica di dati che ha messo in discussione l'opinione prevalente di gennaio secondo cui il FOMC stava compiendo progressi significativi nella moderazione dell'attività economica e nella riduzione dell'inflazione. I dati hanno messo in allarme i mercati finanziari, tanto che gli operatori hanno rivisto al rialzo le loro prospettive per il tasso sui FED funds alla fine del 2023 di circa mezzo punto percentuale.

Poco più di una settimana dopo è arrivato il rapporto sull'inflazione di gennaio che, non solo ha evidenziato come questa abbia smesso di diminuire, ma ha pure messo in luce un rallentamento meno marcato nella seconda metà dello scorso anno rispetto a quanto riportato in precedenza. “Troppo positivi” anche i dati successivi sui prezzi alla produzione e i prezzi della spesa per consumi personali (PCE), cresciuti di quasi due punti.

La serie di dati conferma che la lotta per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% sarà più lenta e più lunga di quanto molti si aspettassero solo un mese o due fa. E per contro, significa pure che i tassi aumenteranno e rimarranno elevati più a lungo rispetto a quanto i mercati si aspettassero a fine dicembre.

Pensare poi, come stanno facendo gli operatori (almeno a vedere i futures) ad un taglio dei tassi sei mesi dopo l’ultimo rialzo, è sicuramente qualcosa di singolare. Anche perché prima bisognerebbe capire quando finiscono gli aumenti.

Questo significa che i tassi, che sembravano potersi fermare al 4,5-5% per ricondurre la crescita dei prezzi all’obiettivo del 2%, dovranno portasi almeno al 5-5,5% e mantenersi a lungo a quel livello. In questo momento crediamo che l’interesse della FED non sia tanto quello che sostenere la crescita economica, quanto quello ridurre l’inflazione, whatever it takes.

Rimane sicuramente vero comunque che l'inflazione possa aver raggiunto il picco lo scorso anno. Così come è vero però che probabilmente si è sovrastimata l’intensità della sua riduzione (l’inflazione è un razzo a salire e una piuma a scendere). Sia i prezzi dell’energia, sia una buona parte dei colli di bottiglia di cui più volte abbiamo discusso (a cominciare dalla ripresa dei trasporti via mare) sono infatti in fase di risoluzione con conseguente riduzione della spinta inflazionistica.

Il vero tema non è se l’inflazione si ridurrà, ma è capire quando e come si fermerà, perché comunque un livello del 5% sarebbe ancora elevato e farebbe scattare tutta una serie di problematiche. La FED dovrebbe inoltre chiarire un po’ meglio le tempistiche della vendita dei titoli di stato. Questo perché le decisioni che verranno prese avranno un impatto sia sulla strategia di investimento sia sui singoli titoli.

Le Banche Centrali continueranno ad essere gli arbitri della situazione, cercando di evitare errori. Anche per questa ragione, riteniamo che i tassi resteranno alti più a lungo di quanto i mercati si aspettano, prima che riprendano i tagli.

La sorpresa positiva per i mercati potrebbe arrivare ancora dalla Cina, paese in cui negli ultimi anni ci si aspettava un’accelerazione della crescita, ma che in realtà ha preferito mettere in sicurezza alcuni settori della propria economia. Cina che oggi può contare su un’inflazione contenuta e bassi tassi di interesse. Il colosso asiatico è sicuramente in grado di sostenere una parte della crescita degli USA e viceversa (gli USA hanno bisogno della Cina e questa ha bisogno degli USA).

Qui però entra in gioco la politica (geo), sulla quale non è impossibile fare previsioni, ma è inutile.

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