Volatilità sui mercati, il rischio cambia casa: l'anomalia dell'S&P 500, oro e Bitcoin

03/02/2026 15:15
Volatilità sui mercati, il rischio cambia casa: l'anomalia dell'S&P 500, oro e Bitcoin

In un contesto di mercati apparentemente orientati al rischio, l’analisi della volatilità realizzata racconta una storia diversa da quella suggerita dai prezzi. L’S&P 500 emerge come l’asset più stabile, mentre oro, argento e Bitcoin mostrano tensioni crescenti. Un segnale che non indica assenza di rischio, ma una sua redistribuzione tra gli asset.

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Azionario placido, rischio diluito nell’S&P 500

In una fase che appare superficialmente risk-on, con l’azionario in deciso recupero soprattutto in Europa, il confronto sulla volatilità realizzata diventa più istruttivo di qualsiasi commento macro. Oggi l’S&P 500 viaggia intorno al 10% di volatilità, configurandosi come l’asset più placido del gruppo. Un risultato che può sembrare paradossale solo in apparenza. Non perché il rischio sia scomparso, ma perché è stato distribuito e assorbito all’interno dell’indice, grazie alla sua natura diversificata e alla capacità di diluire gli shock tra settori e capitalizzazioni.

Come si legge nell'analisi di Gabriel Debach, market analyst di eToro, questa stabilità dell’azionario non va letta come un segnale di equilibrio strutturale, ma come l’effetto combinato di flussi passivi, concentrazione su pochi grandi nomi e aspettative di mercato. L’indice statunitense sta funzionando sempre più come un ammortizzatore del rischio, mentre le tensioni emergono altrove. Il rischio, in altre parole, non viene negato: cambia semplicemente canale.

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Oro e argento, porti sicuri ma mai a bassa volatilità

Sul fronte opposto, spiega Debach, oro e argento mostrano una volatilità nettamente superiore. L’argento supera il 119%, mentre l’oro si colloca intorno al 44%. Non si tratta di un’anomalia circoscritta al presente. Storicamente, sottolinea Debach, le materie prime hanno spesso espresso movimenti più ampi dell’azionario, soprattutto nelle fasi di stress macroeconomico, transizioni monetarie o shock inflazionistici. L’argento, in particolare, resta l’asset più ambiguo, a metà tra metallo monetario, industriale e strumento speculativo. Quando il ciclo accelera o frena bruscamente, reagisce senza filtri.

Qui cade uno dei miti più radicati nei mercati per Debach: oro e argento non sono mai stati asset a bassa volatilità. La loro funzione di bene rifugio è stata spesso confusa con una presunta stabilità intrinseca che, nei dati storici, non è mai esistita. L’azionario è un contenitore diversificato di rischio; i metalli, al contrario, sono strumenti diretti di espressione dello shock. La protezione non deriva dalla calma dei prezzi, ma dalla loro capacità di reagire in modo coerente nelle fasi di crisi sistemica.

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Bitcoin e oro, una convergenza che cambia la lettura del rischio

In questo quadro si inserisce il Bitcoin, reduce da un bear market che dura ormai da 120 sedute, con un drawdown dai massimi che sfiora il 37%. La novità strutturale non è tanto la debolezza del prezzo, quanto il fatto che la volatilità del Bitcoin stia convergendo verso quella dell’oro. Secondo Debach, non siamo di fronte a una criptovaluta che diventa improvvisamente stabile, ma a un sistema in cui tutte le fonti di rischio si stanno riattivando simultaneamente.

La volatilità dell’oro aumenta per intercettare l’incertezza macroeconomica, quella del Bitcoin cresce per effetto della correzione dei prezzi, e le due curve finiscono per toccarsi. Questo allineamento, osserva Debach, suggerisce che la distinzione tra “asset rischioso” e “safe haven” non passa più dalla stabilità del prezzo giornaliero, ma dalla correlazione con le crisi sistemiche. L’azionario resta insolitamente anestetizzato, mentre metalli e crypto segnalano che il rischio è reale, presente e profondamente volatile.

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Volatilità in migrazione e segnali di cambio di regime

È proprio questa eccezione azionaria a rendere il quadro particolarmente interessante. Mentre metalli e criptovalute tornano a muoversi in modo violento, l’indice statunitense rimane compresso. Il mercato, sottolinea Debach, non sta negando il rischio, lo sta redistribuendo. Storicamente, una dinamica di questo tipo non precede fasi di equilibrio, ma cambi di regime.

In sottofondo, il rumore macro contribuisce ad alimentare l’incertezza. La chiusura parziale del governo Usa, pur senza impatti strutturali immediati sull’economia, torna a influenzare il sentiment. A questo si aggiunge il rinvio dei dati sul lavoro (NonFarm Payrolls e JOLTS) da parte del Bureau of Labor Statistics. Un ritardo probabilmente temporaneo, ma sufficiente ad aumentare la tensione in un contesto in cui anche il fattore tempo diventa una variabile di rischio.

Il messaggio che emerge dall’analisi di eToro non riguarda quale asset sia più volatile, ma dove si stia spostando la volatilità. Quando i presunti rifugi diventano nervosi e l’azionario appare insolitamente stabile, il mercato sta lanciando un segnale che merita attenzione. Storicamente, è in queste fasi che si preparano le transizioni più profonde.

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