L’oro sfiora i 5 mila dollari, l’argento segue in scia

I metalli preziosi continuano a essere protagonisti sui mercati finanziari, sostenuti dalle incertezze geopolitiche, dall’attacco di Trump alla Fed e dal dollaro debole.
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Oro vicino ai 5 mila dollari
Oro a un passo da quota 5 mila dollari a causa dei rinnovati rischi geopolitici e le nuove minacce all’indipendenza della Federal Reserve che ha indebolito il dollaro.
Questa mattina il prezzo spot del metallo giallo raggiungeva l’ulteriore record di 4.967,48 dollari l’oncia, con un guadagno settimanale di circa l’8%, mentre il future con scadenza a febbraio si fermava a 6.969,69 dollari.
Balzo anche per l’argento, ad un nuovo record storico di 99,38 dollari l’oncia (spot).
Le ragioni del rally
Dopo la sua migliore performance annuale dal 1979, l'oro ha prolungato un rally vertiginoso, guadagnando un ulteriore 15% dall'inizio di quest'anno. I rinnovati attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Federal Reserve, così come l'intervento militare in Venezuela e le minacce di annessione della Groenlandia, hanno dato nuovo impulso al cosiddetto degradement trade, in base al quale gli investitori si ritirano dai titoli di Stato e dalle valute a favore di beni rifugio alternativi come l'oro.
"L'oro sta subendo una continua rivalutazione, con la comparsa di crepe nell'ordine basato sulle regole del dopoguerra", ha affermato Yuxuan Tang, responsabile della strategia macroeconomica per l'Asia presso J.P. Morgan Private Bank. "Gli investitori considerano sempre più l'oro una protezione affidabile contro questi rischi di cambio di regime difficili da quantificare", ha aggiunto.
"L'offerta di oro non è sufficiente a diversificare il mercato statunitense e le tensioni politiche, il che rende i limiti massimi dei prezzi piuttosto fragili", spiega Ahmad Assiri, stratega di Pepperstone Ltd Group.
La banca centrale polacca, al primo posto al mondo in termini di acquisti di oro dichiarati, ha approvato questa settimana il piano di acquisto di altre 150 tonnellate, in vista di una maggiore instabilità geopolitica.
Nel frattempo, le riserve indiane di titoli del Tesoro statunitensi sono scese al minimo quinquennale, con l'aumento della quota di oro e altri titoli alternativi, che si uniscono a un più ampio spostamento di alcune importanti economie dal più grande mercato obbligazionario mondiale.
Gli investitori sono ora in attesa della scelta di Trump per il prossimo presidente della Fed, dopo che il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di aver terminato i colloqui con i candidati, ribadendo di avere qualcuno in mente per l'incarico. Un leader più accomodante aumenterebbe le scommesse su ulteriori tagli dei tassi di interesse quest'anno – un fattore positivo per i metalli preziosi – dopo tre riduzioni consecutive.
I mercati stanno anche osservando attentamente l'esito dei colloqui tra il presidente russo Vladimir Putin e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner su un piano di pace proposto per porre fine alla guerra in Ucraina.
I target price degli analisti
Ieri Goldman Sachs aveva alzato le sue previsioni sul prezzo dell'oro per fine anno a 5.400 dollari l'oncia da una precedente stima di 4.900 dollari, citando l'intensificarsi della domanda da parte di investitori privati e banche centrali. La banca ritiene che l’attuale rally sia alimentato da afflussi “sticky” negli ETF occidentali e da acquisti delle banche centrali dei mercati emergenti stimati attorno ai 70 tonnellate l’anno nel 2026, in un processo di diversificazione valutaria destinato a protrarsi per almeno altri anni.
JP Morgan, dal canto suo, prevede per il quarto trimestre 2026 un prezzo medio vicino a 5.055 dollari, inserendo lo scenario in un contesto di domanda ufficiale ancora elevata (attorno a 755 tonnellate annue, sopra le medie pre‑2022) e di progressiva riallocazione verso l’oro nei portafogli istituzionali.
Altre grandi banche, tra cui UBS, Bank of America, Morgan Stanley e Deutsche Bank, convergono su target price che vanno da 4.800 a 5.000 dollari l’oncia per il 2026, con alcune proiezioni che ipotizzano il superamento stabile della soglia dei 5.000 dollari tra la fine del 2026 e il 2027, puntando su un mix di tensioni geopolitiche, timori sulla sostenibilità del debito globale, possibile ripresa degli afflussi negli ETF e offerta mineraria che fatica a tenere il passo dei prezzi.
Nel complesso, gli strategist descrivono un quadro in cui l’oro continua a “rompere le regole storiche”: dopo il boom del 2025 e i nuovi massimi del 2026, il metallo prezioso viene indicato come potenziale “top performer” anche per l’anno in corso, ma con l'avviso che un allentamento delle tensioni fiscali e monetarie, o un calo dell’appetito per le coperture macro, potrebbe innescare prese di profitto e rendere più volatile il percorso verso i massimi previsti.
La corsa dell’argento
L'argento, cavalcando il rally dell'oro, è più che triplicato nell'ultimo anno. Il metallo prezioso è stato inoltre sostenuto da una storica stretta allo scoperto e da un'ondata di acquisti al dettaglio che ha costretto banche e raffinerie a lottare per soddisfare una domanda senza precedenti.
La confusione attorno a un aggiornamento della politica cinese sulle licenze di esportazione ha amplificato la percezione di scarsità, mentre il mercato rimane eccezionalmente volatile anche dopo che gli Stati Uniti si sono astenuti dall'imporre dazi generalizzati sulle importazioni di minerali essenziali, tra cui argento e platino.
I prezzi elevati dell'argento e le forti oscillazioni comportano anche che le banche non possono assumersi gli stessi rischi di un tempo, secondo Robert Gottlieb, ex trader di metalli preziosi. Ciò significa che le banche "devono ridurre notevolmente le posizioni, con conseguente maggiore volatilità e spread più ampi", ha aggiunto.
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