Mercato delle emissioni: il prezzo del carbonio in Ue balza sopra i 50 €

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A maggio il prezzo del carbonio nell’Unione europea ha toccato un nuovo record, superando la soglia dei 50 euro per tonnellata di emissione. Si tratta di un passo importante verso i livelli che porteranno a investimenti consistenti nelle tecnologie pulite.

A cura di Arianna Fox, Analista European Equities presso Schroders


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In Europa il prezzo della CO2 è ai suoi massimi storici

In Europa inquinare costa di più: il prezzo della CO2 ha superato per la prima volta i 50 euro a tonnellata. Per capire l'entità di questo aumento, basta considerare che il prezzo pre-pandemia della CO2 sul mercato europeo (Ets Ue) si attestava sui 20 euro a tonnellata, meno della metà.

Istituito nel 2005, il sistema per lo scambio delle quote di emissioni dell'UE (Emissions Trading Scheme - ETS) è progettato per fissare un prezzo per le emissioni di gas serra delle industrie inquinanti. Al momento l'ETS copre il 40% (circa 1,6 tonnellate) delle emissioni di gas serra dell’Unione.

Il sistema si propone di fissare un tetto massimo alla quantità di gas serra emesse da circa 10.000 impianti. Le imprese ricevono, acquistano e scambiano quote di emissione. A fine anno devono restituirne un numero sufficiente a coprire le proprie emissioni; in caso contrario, sono soggette a pesanti multe.

Quali sono i settori interessati?

Al momento questo schema copre industrie del settore elettrico e alcuni segmenti industriali (ad es. industrie ad alta intensità energetica, come raffinerie, acciaio e produzione di metalli e altri materiali).

Arianna Fox, Analista European Equities presso Schroders, ritiene che il settore maggiormente colpito è quello della produzione energetica, considerando che “con la crescita dei prezzi associati alle emissioni, l'energia derivata da combustibili fossili diventa più costosa, mentre quella verde diventa più competitiva”.

Tuttavia, l'impatto cambia anche tra i vari Paesi dell’Unione. Ad esempio, “in Germania e Polonia c'è ancora molto spazio per la decarbonizzazione del settore energetico, mentre nei paesi nordici, in Spagna e Francia i settori energetici sono già vicini alla completa decarbonizzazione”.

Nuovi target climatici dell'UE: quale sarà l'impatto sull'ETS?

Dall'entrata in vigore dell'ETS l’assegnazione di quote gratuite per le imprese si è ridotta anno dopo anno, ma non in modo significativo. Tuttavia, tenendo conto degli ambiziosi target europei per il raggiungimento delle zero emissioni entro il 2050, si attende un taglio del 55% delle emissioni per raggiungere i nuovi target.

Inoltre, Bruxelles sta studiando come allargare l'ETS UE anche a nuovi settori, in particolare trasporti e edilizia. “Tuttavia, - spiega Fox - il problema in questi casi è che le emissioni riguardano i consumatori, non le aziende, quindi sono più difficili da misurare e monitorare”.

Scongiurare la fuga di carbonio

Il principale rischio è la cosiddetta "fuga di carbonio", ossia la fuga all’estero delle imprese comunitarie per scappare dai maggiori costi europei. In questo caso, qualora la produzione dell’Ue venisse semplicemente spostata in paesi terzi che hanno regole meno ambiziose sulle emissioni, gli sforzi globali per il clima non ne beneficerebbero.

Una soluzione molto dibattuta è l’introduzione della "carbon border tax", o meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera. Questa proteggerebbe le industrie dalla fuga di carbonio aumentando il prezzo delle importazioni extraeuropee per garantire la competitività del settore.

Gli ostacoli per l’ETS

I maggiori ostacoli dell'ETS in Europa derivano dalla mancanza di un prezzo globale per le emissioni. Secondo Fox, è la Cina il mercato chiave da monitorare. Infatti, “con i nuovi target cinesi di neutralità entro il 2060, dovremmo aspettarci miglioramenti significativi nel sistema cinese, in grado di ridurre l'onere di potenziali tasse alla frontiera in Europa”.

Lato investimenti, un sistema globale gioverebbe alle società più pulite rispetto ai loro competitor in altri mercati.

Ad esempio, il produttore norvegese di alluminio Norsk Hydro utilizza energia idroelettrica, mentre i competitor in Cina, che pesano per circa il 50% di produzione di alluminio globale, usano principalmente il carbone. “Una carbon border tax spingerebbe al rialzo il prezzo in Europa dell'alluminio basato sulla produzione con carbone e ciò permetterebbe a Norsk Hydro di trarne vantaggio”, commenta l’analista di Schroders.

Un altro esempio è l'azienda norvegese Yara, che utilizza per la produzione di fertilizzanti il gas naturale, a differenza di molti produttori cinesi che usano il carbone.

“I prezzi europei per le emissioni di carbonio - conclude Fox - non colpiscono indiscriminatamente qualsiasi società in Europa, ma comportano dei costi reali in termini di impatto ambientale. Per questa ragione Schroders ha sviluppato il Carbon Value at Risk per valutare come i profitti di un'azienda e i rendimenti degli investitori potrebbero essere messi a rischio da politiche climatiche più rigide e costi del carbonio più elevati”.


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